Società & Diritti

Cresce la povertà, cosa sono le food banks, come agiscono le banche del cibo e perchè sono diventate essenziali

Nel futuro piattaforme digitale e formule con al centro la dignità della persona

Banco alimentare, la raccolta della colletta © ANSA
  • di A.M.
  • 04 maggio 2021
  • 22:31

La pandemia e la conseguente crisi economica hanno avuto serie ripercussioni sulla popolazione italiana: nel 2020 le famiglie in povertà assoluta in Italia hanno superato i 2 milioni (il 7,7% del totale, da 6,4% del 2019) con un numero complessivo di individui pari a 5,6 milioni, ovvero un milione in più rispetto al 2019 (ISTAT 2021). Il 2019 era stato un anno di ripresa in cui finalmente, dopo un lungo periodo, si registrava una diminuzione del numero di famiglie in povertà assoluta. Tuttavia, l’emergenza sanitaria si è configurata come una battuta d’arresto che, stando alle stime preliminari Istat, ha addirittura portato la povertà assoluta a raggiungere i valori più alti dal 2005 (primo anno in cui è disponibile la serie storica di tale indicatore). L’incremento maggiore di povertà assoluta è stato registrato nel Nord Italia, ma resta il Sud l’area dove la povertà assoluta è più alta. Il fenomeno non è circoscritto soltanto alla nostra nazione, infatti si stima che, per via della pandemia nel 2020 circa 49 milioni di persone di tutto il mondo siano entrate in serie condizioni di povertà. (Pereira et al., 2020).
In un periodo in cui la povertà è aumentata in modo significativo, le food banks (o banche del cibo), che si occupano di recuperare e redistribuire alimenti in eccesso, si sono ritrovate a dover fare i conti con numeri crescenti; infatti, nei primi 4 mesi di pandemia (Marzo-Giugno 2020) si è registrato un aumento del 50% della domanda di cibo presso le banche alimentari europee. Il gruppo di ricerca dell’università LUMSA, con il coordinamento della professoressa  Laura Michelini ha monitorato “L’impatto sociale della sharing economy: i modelli di food recovery”, ecco i risultati in anteprima per ANSA LIFESTYLE.
Le food bank si diffusero inizialmente negli Stati Uniti negli anni sessanta. La prima fu la St Mary's Food Bank a Phoenix in Arizona, fondata nel 1967 dal filantropo John Van Hengel che iniziò a distribuire ai bisognosi il cibo non venduto dai negozi e nei ristoranti della città altrimenti destinato alla distruzione. In Europa le principali food bank sono riunite nella FEBA (European Food Banks Federation) alla quale aderiscono 24 organizzazioni nazionali. A livello internazionale le organizzazioni di 30 paesi sono rappresentate all'interno della rete GFB FoodBanking. In Italia opera dal 1989 la Fondazione Banco Alimentare ONLUS con migliaia di volontari. Ed esistono a livello locale altre reti di redistribuzione alimentare a persone in difficoltà come Nonna Roma
"Nell’attuale situazione emergenziale queste organizzazioni hanno avuto certamente un ruolo importante e determinante. Tuttavia, la crisi economica e sociale che stiamo vivendo - sottolinea Michelini - deve poter rappresentare anche lo stimolo e l’occasione per una riflessione sugli attuali modelli di redistribuzione alimentare che portano con sé tre grandi sfide. La prima è quella di tentare di andare oltre un modello assistenzialistico, integrando forme di redistribuzione più integrate e connesse, e la seconda è quella di contribuire alla riduzione degli sprechi con una maggiore attenzione alla prevenzione rispetto alla redistribuzione, la terza è quella della tracciabilità e trasparenza".
Ma esattamente cosa sono e come lavorano le banche del cibo?
Le food banks agiscono come intermediari tra l’offerta di alimenti in eccesso - perché prossimi alla data di scadenza o al rischio di deterioramento - (da parte dei supermercati, ristoranti, bar, ecc.) e la domanda che è rappresentata dalle organizzazioni non profit che gestiscono i servizi sul territorio rivolti alle persone in difficoltà (es. mense).
Una prima direzione di cambiamento potrebbe essere quella di implementare o sfruttare le piattaforme digitali di redistribuzione per semplificare i processi e per raccogliere dati utili, ad esempio ai supermercati o ai ristoranti per conoscere dove si generano i maggiori sprechi e come migliorare l’approvvigionamento. Il tema della digitalizzazione dei processi diventa quindi centrale sia per focalizzare gli sforzi verso la prevenzione sia in un’ottica di ottimizzazione. Il secondo aspetto riguarda il tema della dignità della persona, ma anche la necessità di individuare formule capaci di fornire un sostegno ad un segmento di popolazione più ampio. Si potrebbero sviluppare formule redistributive in cui il destinatario può essere anche “cliente”. Questo consentirebbe di ampliare il numero di utenti che possono essere raggiunti dal servizio dando la possibilità anche a coloro che hanno una capacità di spesa, seppur minima, di poter accedere agli alimenti ad un prezzo scontato e rendere il sistema economicamente più sostenibile. Esempi di questo modello esistono in Austria o in Inghilterra come Community Shop.
In Italia esistono alcune realtà (es. l’Associazione Terza Settimana) "ma si tratta di fenomeni ancora troppo limitati che dovrebbero essere incentivati e sviluppati anche a livello nazionale", spiega Michelini. Una terza via di innovazione riguarda lo sviluppo di piattaforme digitali peer-to-peer, che mettono in contatto gli utenti tra di loro per lo scambio di alimenti gratuito. Purtroppo, in Italia fanno fatica ad affermarsi, esempi di successo esistono soprattutto in Germania ed Inghilterra. "L’aspetto interessante di queste piattaforme digitali è l’impatto sociale, che va oltre la riduzione degli sprechi, favorendo le relazioni nella comunità, l’inclusione sociale e sostegno a persone svantaggiate. Una formula che nel tempo e con i giusti stimoli potrebbe svilupparsi anche in Italia.
Un esempio di innovazione che va nella direzione auspicata è la piattaforma Regusto, utilizzata per il progetto Spesasospesa. Si tratta - spiega la ricercatrice - di un’iniziativa di solidarietà circolare nata nel 2020 durante l’emergenza Covid-19 per sostenere i territori, supportando persone e famiglie in stato di fragilità sociale, creando circoli virtuosi a livello sociale, economico, ambientale. Il progetto prevede una campagna di fundraising che ha raccolto oltre 800.000€. I fondi vengono distribuiti agli enti non-profit di un dato territorio, dove preventivamente sono stati siglati accordi di patrocinio con il Comune (Assessorato alle Politiche Sociali e Commercio). Un’iniziativa che tenta di superare i limiti della frammentazione del sistema attraverso: una piattaforma blockchain che garantisce la tracciabilità, il coinvolgimento nel processo non solo dei distributori e delle organizzazioni non profit, ma anche dei Comuni. In prospettiva la piattaforma sarà a disposizione anche per redistribuzione di prodotto non food es. per l’igiene personale e per la casa e prodotti per bambini.
"Certamente - conclude la professsoressa Michelini -  le banche del cibo sono organizzazioni preziose e fondamentali nel nostro tessuto economico-sociale ma è opportuno che a questa formula si integrino modelli nuovi, capaci di rispondere ai problemi sociali e ambientali affrontando i problemi in modo più strutturale".

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