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Boninsegna: 'Il mio assist nella terra di Re Rivera'

Italia-Germania 4-3: "Dopo due ore a 2mila mt. volavo ancora..."

Roberto Boninsegna

Redazione Ansa

"So perché mi ha chiamato, ma non mi chieda dove trovai la forza di superare in progressione Schulz, dopo quasi 2 ore di trans agonistica, vissute a oltre 2 mila metri d'altezza". Roberto Boninsegna, all'epoca 'Bonimba' o 'Bobo-gol', in quel pomeriggio messicano (tardissima serata in Italia) di follia agonistica, sospeso fra emozioni e brividi, da eroe per caso, si trasformò in protagonista assoluto.
    Italia-Germania 4-3 di mercoledì 17 giugno 1970, la 'partita del secolo', la sfida delle sfide, uno dei momenti più esaltanti e appassionanti nella storia dello sport, disputata allo stadio Azteca di Città del Messico, 'Bonimba' la firmò in modo indelebile. Dopo 8' portò in vantaggio l'Italia con un tiraccio di sinistro e, dopo 111' di gioco, spese le ultime stille di sudore in uno scatto rabbioso per superare il 'mastino' Schulz: mise al centro il pallone, indirizzandolo, racconta all'ANSA, "verso una specie di landa desolata, dove c'era solo Rivera, un campionissimo". "A uno come lui non fu difficile spiazzare Mayer, per il 4-3 finale", racconta.
    Boninsegna, al Mondiale messicano di 50 anni fa, nemmeno doveva esserci. "Il centravanti titolare era Pietro Anastasi che, il giorno della partenza per il Messico, venne operato - spiega l'ex centravanti dell'Inter -. Ricordo che ricevetti una strana telefonata dalla Figc, in cui mi si diceva di preparare la valigia e di presentarmi a Roma, da dove sarei partito per il Messico. Vado a letto e, la mattina dopo, mi sembra d'aver sognato, tant'è che chiedo a mia moglie la conferma di quel colloquio telefonico. Col ct Valcareggi avevo sempre avuto problemi, con lui in panchina per me sarebbe stata dura.
    Infatti, andai al Mondiale grazie al malore di Anastasi".
    Boninsegna, in Messico, segnò contro la Germania in semifinale e contro il Brasile, nella finale del 21 giugno. Due gol leggendari, come lo fu il match. "Fu una partita fra due corazzate, per questo resta nell'immaginario collettivo -: Italia-Germania non è mai stata una sfida come le altre. Anche loro, a dire il vero, meritavano la finale, se non altro perché avevano eliminato i campioni del mondo in carica dell'Inghilterra. E poi, ci furono quei supplementari, che avrebbero segnato profondamente anche il nostro rendimento in finale. Guardi, la partita fu 'normale' per tutti i 90', offrendo il solito chiché: andiamo in vantaggio e ci difendiamo.
    E' il gol di Schnellinger a scompaginare i nostri piani. Il difensore del Milan, che mai in vita sua aveva varcato la metà campo, si trovò tutto solo davanti ad Albertosi al minuto 91'40". Non poteva che deviare in rete. Da lì in poi cominciò un'altra storia. Vedere in un Mondiale 5 gol in mezz'ora non è facile".
    Boninsegna in Messico ritrovò Riva, che aveva lasciato a Cagliari un anno prima. "Andai via dalla Sardegna non per mia scelta - racconta Boninsegna -. Un giorno mi chiama il 'deus ex machina' della società, Andrea Arrica, e mi dice: 'dobbiamo vendere uno dei due giocatori che fanno cassetta; uno è Riva e l'altro sei tu. Riva non vuole andar via, tu cosa pensi di fare'?. Gli dico che me ne vado solo per finire all'Inter: è il mio sogno. Detto, fatto. Arrivarono Gori, Domenghini e Poli.
    L'anno dopo, nel 1970, il Cagliari vinse lo scudetto. Io e Riva eravamo amici, ma anche due mancini; ci muovevamo dal centro verso sinistra e io, col tempo, mi sono dovuto adattare. Io usavo qualche volta anche il destro, Gigi no. Lui era sinistro puro. In Messico confermammo di poter giocare assieme".
    Gli ultimi 'frame' del trionfo in bianco e nero dell'Italia sulla Germania, scandito dalla voce ovattata di Nando Martellini, ci regalano un Boninsegna a pancia in giù sul terreno dell'Azteca: sembra disperarsi, batte i pugni a terra.
    "Ero distrutto, ma felice - le parole del bomber -: finalmente era finita e noi eravamo in finale contro Pelè. Quando giochi non pensi a cosa può capitare, pensi a vincere. Invece, dopo due giorni, ci rendemmo conto di avere unito un Paese, leggendo i giornali italiani riuscimmo ad avere la percezione di quello che avevamo combinato contro i tedeschi. La finale con Rivera? Non me ne parli... Noi siamo l'unica Nazionale al mondo ad aver lasciato in panchina un Pallone d'Oro. Una cosa assurda. Pelè, quando seppe che Gianni non giocava, disse: 'Ma se non fanno giocare chi ha vinto il Pallone d'Oro, che squadra avranno? Saranno davvero forti. Fece più danni Water Mandelli, il capodelegazione azzurro, che la peste. Era un uomo di Confundustria e voleva mandare a casa Rivera prima del Mondiale, per via di una conferenza stampa organizzata da Gianni prima dell'esordio, quando sentì odore di panchina. Per sistemare le cose arrivò Nereo Rocco dall'Italia: era una persona saggia e il suo allenatore nel Milan. Poi, s'inventarono stupidamente la staffetta con Mazzola. Tornò a casa Lodetti, fido di Rivera, perché assieme a me - per sostituire Anastasi - avevano convocato anche Prati e, da 21 partiti, eravamo diventati 23. La Figc propose a Lodetti una vacanza gratis con la moglie, ma lui rifiutò. Insomma, prima di quell'Italia-Germania all'Azteca, di casini ce ne furono. Poi, ci fu spazio solo per l'esaltazione e il trionfo. Con Rivera in finale, però, chissà...". (ANSA).
   

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