Politica

La resa dei conti tra l'esercito e Erdogan

Militari baluardo della laicità contro islamizzazione del Paese

Turchia, caos a Istanbul

Redazione Ansa

La resa dei conti è arrivata. L'esercito turco ha detto basta e ha deciso che la misura era colma. Erdogan aveva portato il Paese troppo in là, oltre i limiti accettabili da coloro che si considerano l'ultimo baluardo della sicurezza nazionale e della democrazia laica fondata dal padre della patria Kemal Ataturk.

Il golpe - mentre le notizie sono ancora in parte confuse, ci sono ancora scontri nelle città e Erdogan è segnalato in fuga - arriva alla fine di un lungo braccio di ferro tra il 'sultano' Erdogan che ha portato avanti una pesante islamizzazione della Turchia e i militari che storicamente si sono sempre opposti a ritorni al passato ottomano, ai califfati e al diritto islamico. Erdogan sembrava padrone del Paese, dove aveva diminuito i livelli di democrazia interna, perseguitato le minoranze e messo il bavaglio alla libera informazione. Ma ha fatto un errore strategico fondamentale: ha ignorato la storia del suo Paese, ha sottovalutato il ruolo dell'esercito, vero custode della tradizione kemalista e profonda istituzione laica e occidentale.

L'esercito turco è il secondo, dopo quello americano, per potenza e dimensione della Nato, di cui è considerato la sentinella fedele sul lato orientale. Nel passato i militari turchi sono stati protagonisti già di tre colpi di stato, nel 1960, nel 1971 e nel 1980. Sono intervenuti ogni volta che hanno ritenuto che fossero in pericolo le basi costruite da Ataturk. Ma non sono mai rimasti a lungo al potere, al massimo tre anni, favorendo poi un ritorno alla democrazia. Continuano però a ritenere che il loro ruolo sia quello di vigilare affinché la strada segnata dal Padre della patria venga fedelmente seguita. I militari sono una potenza assoluta, godono di un'ampia autonomia economica e il budget della difesa, circa il 16 per cento del bilancio statale, non è soggetto a nessun controllo parlamentare. Investono anche in altri settori economici e sono storicamente l'istituzione più solida del Paese. Hanno assistito attoniti alla deriva islamista di Erdogan, a quello che hanno considerato il tradimento di Ataturk, ai cambiamenti radicali della tradizionale politica estera turca. Il Paese si è allontanato dall'Occidente e dall'Europa, ha guardato a Oriente, ha stretto legami con alcuni dei Paesi della ala più dura e intransigente del mondo sunnita, ha spezzato la storica e strategica alleanza con Israele. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'avventurismo in Siria, la contrapposizione con Assad, l'aiuto economico, politico e militare dato ad alcuni gruppi terroristici a pochi chilometri di distanza dal confine siriano e, infine, l'assurdo duello militare con le truppe russe di Putin. Eppure, nonostante tutto questo, il nazionalismo viscerale di una gran parte dell'opinione pubblica ha garantito successi e vittorie a Erdogan. Anche stasera i suoi fedeli sono scesi in piazza a combattere contro i golpisti nella lunga notte che deciderà il futuro della Turchia moderna.

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