Economia

Deflazione dopo 50 anni. Niente ripresa, solo stagnazione

Era dal 1959 che non accadeva. Disoccupazione al 12,6%

Allarme deflazione

Redazione Ansa

Lo spettro deflazione si è materializzato, gettando sull'Italia una nuova, pesante ombra. Oltre che con la recessione, confermata a metà anno, il nostro Paese deve ora fare i conti anche con un calo dei prezzi che certifica un andamento 'malsano' dell'economia.

Di deflazione non si parlava da oltre 50 anni, ma se nel 1959 l'Italia era in pieno boom economico, oggi, per la prima volta nella storia della Repubblica, i prezzi sotto zero si sommano all'arretramento economico. Un carico atteso, ma pesantissimo alla vigilia del Consiglio europeo che, tra le righe, a Bruxelles affronterà anche gli spinosi e, nuovamente dolorosissimi, temi economici. Le previsioni per i prossimi mesi sono del resto tutt'altro che rosee: con ogni probabilità, secondo le stime dell'Istat, la ripresa non arriverà nemmeno nel terzo trimestre, periodo in cui esiste addirittura il rischio di un ulteriore arretramento dello 0,2% del Pil o, comunque, di una sostanziale stagnazione.

I rischi sono anche per i conti pubblici. Ma il premier Matteo Renzi conferma gli impegni: l'Italia rispetta il patto di stabilità'' e ''il tetto del 3%''. Quello che manca all'economia italiana sono innanzitutto gli investimenti. Se tra aprile e giugno i consumi hanno infatti mostrato qualche seppur timido segnale di rinvigorimento, gli investimenti pubblici e privati, immancabili per un vero rilancio, hanno ancora segnato il passo. Nelle intenzioni del governo il decreto Sblocca Italia, con la riapertura dei cantieri, dovrebbe agire proprio come spinta in tal senso. Lo dice anche il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan: il governo ''sta attaccando una delle debolezze principali del Paese''.

Ma al momento il dato registrato dall'Istat nel trimestre è un inequivocabile -0,9%. Difficile prevedere dunque, senza un'iniezione concreta di risorse, anche una ripresa del mercato del lavoro e dell'occupazione, tornata a scendere a luglio, con una perdita impressionante di 1.000 posti al giorno. Il quadro delineato dall'istituto di statistica in una sfilza di dati pubblicati in una sola mattinata è implacabile, "drammatico" come lo definisce senza mezzi termini il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: disoccupazione di nuovo in aumento al 12,6%, economia in recessione dello 0,2% e deflazione allo 0,1%.

A meno di miracoli, sostengono gli imprenditori, il 2014 si chiuderà con un calo del Pil complessivo dello 0,2%, forse anche dello 0,3%. Un guaio per l'intero sistema ma anche per i conti pubblici italiani, non certo aiutati dal calo dei prezzi. Anzi, quello che apparentemente potrebbe apparire come un sollievo per le tasche delle famiglie, può rivelarsi l'ennesimo fardello sul debito pubblico, tallone d'Achille dell'Italia in Europa. Il debito viene infatti calcolato sul Pil nominale, quello che tiene conto anche dell'inflazione. In caso di calo dei prezzi, a calare è dunque anche il Pil, facendo così salire il rapporto con l'indebitamento.

Trovare la via d'uscita in un labirinto simile non sarà compito semplice ora per Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. Non è un caso che proprio in una giornata tanto concitata, in cui il governo si è trovato impegnato anche nella riforma della giustizia e nella preparazione del viaggio a Bruxelles per il Consiglio europeo, il ministro dell'Economia sia stato ricevuto al Quirinale da Giorgio Napolitano. Convitato di pietra all'incontro il presidente della Bce, Mario Draghi.

E' alla sua ricetta - quella illustrata a Jackson Hole - che l'Italia, e l'Europa, guarda per uscire dall'impasse che sta colpendo in un nuovo domino il vecchio continente. Nonostante l'opposizione del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, secondo cui le munizioni dell'Eurotower sono ormai esaurite, Francoforte è pronta a mettere in campo misure non convenzionali di quantitative easing. Ma non a costo zero. Draghi chiede riforme e investimenti: se per i secondi un aiuto importante potrebbe arrivare dalla stessa Europa con il piano Juncker, per le prime, soprattutto nel campo del lavoro, la responsabilità è tutta nelle mani di Roma.

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