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Lavoro e precariato tra le pagine di libri e romanzi

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Redazione Ansa

Curriculum, lettere motivazionali, colloqui, caffè bevuti davanti alla macchinetta (pandemia permettendo), schermi sempre accesi, ma anche turni, presentazioni, pause, riunioni da schedulare. Che sia in un ufficio o in una fabbrica, in una scuola o in un negozio, il mondo del lavoro è un universo a sé stante (anche se in evoluzione), con leggi, regole, ritmi e abitudini ben precise. E mentre secondo l’Istat a febbraio si arresta il calo degli occupati in Italia, che dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021 ha registrato dati scoraggianti, specialmente per quanto riguarda l’occupazione femminile, rispetto all’anno scorso mancano all’appello quasi un milione di lavoratori.

Di certo l'ultimo anno ha riportato il tema del lavoro sotto i riflettori, eppure è da molto tempo che si parla in termini poco rassicuranti della condizione dei lavoratori nel nostro Paese. In particolare, nell'ultimo ventennio, uno degli argomenti più affrontati ha riguardato - e riguarda ancora oggi - la disoccupazione e il precariato.

Sono svariati i romanzi che hanno raccontato la lotta di chi cerca di ottenere un lavoro, per poi ritrovarsi ad aver a che fare con impieghi traballanti e incerti, che non permettono di mettere radici e di avere prospettive per il futuro.

Con l’arrivo del nuovo secolo, uno dei testi-manifesto di una nuova generazione di precari è stato Il mondo deve sapere di Michela Murgia, diario autobiografico e tragicomico della telefonista di un call center, che deve fare i conti con il mobbing, stravaganti rituali di motivazione collettiva, nonché assurde conversazioni con i colleghi, i capi e perfino le casalinghe dall’altra parte della cornetta. Il libro, uscito nel 2006 per Isbn (e poi tornato sugli scaffali con Einaudi Stile Libero), due anni dopo ha ispirato a Paolo Virzì il film Tutta la vita davanti.

Quando si parla di libri italiani sul precariato, oltre a quello con cui ha debuttato Michela Murgia, troviamo diversi altri testi, tanto che in un certo periodo i media culturali sono arrivati a parlare di un genere narrativo a sé: opere (in molti casi d'esordio) di denuncia e critica sociale, alcune tenere e introspettive, come il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (uscito originariamente per Isbn nel 2012 e poi riproposto da Mondadori) di Francesco Targhetta, altre sognanti e ironiche come La questione più che altro (Nottetempo, 2015 ) di Ginevra Lamberti, e altre ancora più amare, come Cordiali Saluti (Einaudi, 2005) di Andrea Bajani, in cui il protagonista si divide tra una vita da padre e un lavoro in azienda, dove passa le giornate a scrivere lettere di licenziamento.

Sempre nell'ambito della narrativa italiana che ha raccontato con efficacia il precariato lavorativo ed esistenziale, un altro titolo citato è Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese di Aldo Nove, pubblicato nel 2006 da Einaudi Stile Libero, e composto da interviste a giovani e non più giovani, cui si affianca il commento e racconto dell’autore sul sogno perduto di una generazione di adulti costretti a forza a rimanere bambini.

Effettivamente, a ripercorrere la produzione libraria italiana recente, nei primi anni del nuovo secolo sono stati numerosi gli autori e le autrici a confrontarsi con queste problematiche, naturalmente, come detto, da angolazioni e con toni e stili differenti: altra opera spesso richiamata è Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati, uscita per Mondadori nel 2006, mentre è più recente (del 2017) la pubblicazione di Ipotesi di una sconfitta (Einaudi Stile Libero) di Giorgio Falco, che con il suo ambizioso "romanzo sul lavoro" va consapevolmente a inserirsi in una tradizione letteraria che ha visto protagonisti autori del '900 italiano come Paolo Volponi, Ottiero Ottieri e lo stesso Luciano Bianciardi, solo per citarne tre.

Falco, va ricordato, già nel 2004 aveva pubblicato Pausa caffè, libro che raccoglieva numerose microstorie che vedevano già allora protagonista una generazione assai precaria.

E tra i titoli italiani pubblicati nei primi due decenni del 21esimo secolo si possono includere, inoltre, anche Lotta di classe (Einaudi Stile Libero, 2011) di Ascanio Celestini, Prove di felicità a Roma est (stesso editore, 2010) del regista Roan Johnson e Generazione mille euro (Bur, 2006) di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa.

E arriviamo all'ultimo anno. A proposito di generazioni di adulti che non riescono a crescere, invece, tra le nuove uscite non possiamo non segnalare La vita adulta (Ponte alle Grazie) di Andrea Inglese, un romanzo che ci porta a fare la conoscenza di Tommaso un critico d’arte che cerca di affermarsi come autore di successo, mentre si barcamena tra supplenze, un misconosciuto lavoro di redazione e altre forme di precariato culturale.

A dimostrazione che il tema del precariato ha una certa risonanza ancora oggi, soprattutto per i ragazzi, Carlo Mazza Galanti scrive Cosa pensavi di fare (Il Saggiatore), un librogame che parla delle insicurezze e dei travagli di chi ha concluso il liceo e ha "tutta la vita davanti", ma si sente paralizzato dall’angoscia di trovarsi davanti a un bivio e sbagliare scelta.

Sebbene molte narrazioni - specialmente italiane, come abbiamo visto - ruotino attorno alla paura di non riuscire a trovare (o conservare) un’occupazione, dall’altra parte è forte anche la rappresentazione dell’assoluta dedizione al proprio impiego, che si traduce spesso in alienazione. E mentre lo smart working sta cambiando le carte in tavola, si discute sul futuro del lavoro nel post-Covid, soprattutto all'estero, dove non mancano i romanzi che raccontano i nuovi lavori digitali, tra cui spicca la voce di Anna Wiener con La valle oscura.

I confini tra vita privata e vita lavorativa si fanno più sottili, rendendo difficile tenere separate le due sfere. Ci si ritrova a lavorare anche quando non si dovrebbe (o non si vorrebbe). Per indicare chi è completamente assorbito dal lavoro è stata anche identificata una sindrome, la workaholism, o work addiction, un disturbo ossessivo compulsivo che porta ad annullarsi e a mettere in secondo piano tutto il resto che non sia inerente all’ambito lavorativo.

A pensarci bene, in fondo, l’alienazione è sempre stata oggetto di indagine, anche per la letteratura - e se si parla di classici a tema lavoro non si possono non citare, tra gli altri, i romanzi di Charles Dickens, Furore di Steinbeck, ma anche Il commesso di Malamud e, da noi, La chiave a stella di Primo Levi. Uno dei più celebri racconti di Herman Melville, Bartbley lo scrivano, è stato interpretato dalla critica un testo che tratta questioni come l’insoddisfazione, la frustrazione e la depressione sul lavoro. Il personaggio principale, Bartbley, incarna il lavoratore tipico della società capitalista, svuotato della propria personalità e costretto a svolgere mansioni ripetitive e automatiche, senza nessun coinvolgimento intellettuale ed emotivo.

Il racconto è stato scritto nel 1853, ma ancora oggi i suoi temi ci riguardano da vicino. Anzi: risultano oggi più vicini che mai. Infatti, per quanto possa essere considerato solo come una parte della propria quotidianità, il lavoro monopolizza gran parte della vita, diventando il centro delle nostre esistenze. In una società fortemente incentrata sulla produttività e sulla performance, spesso ci si ritrova a far coincidere la propria realizzazione personale con la prestazione lavorativa. Ed è proprio attorno a questo discorso che si sviluppa Il capitale amoroso (Bompiani) di Jennifer Guerra - l’ultimo libro con cui concludiamo il nostro percorso di lettura in occasione del primo maggio - un saggio in cui la giovane autrice ci invita a ritrovare il giusto tempo da dedicare all’amore, in un contesto che ci spinge sempre a lavorare, a mostrarci e a sentirci realizzati.

E a conferma del fatto che nella frenesia del nostro presente ci sentiamo sempre più indaffarati e occupati, a discapito del tempo dedicato a noi stessi, è appena arrivato in libreria il saggio dell'antropologo James Suzman (Lavoro - Una storia culturale e sociale, Il Saggiatore, traduzione di Marco Cupellaro), che dimostra come nei secoli le cose siano molto cambiate quando si parla di approccio alla vita lavorativa: e alle soglie di un’era che promette di automatizzare gran parte delle nostre attività, l'autore, antropologo e direttore di Anthropos Ltd., ci spinge proprio a riflettere sui valori e desideri cui vogliamo dare spazio e all’uso che facciamo delle nostre giornate.

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