Cultura

8 marzo: eroine dello schermo, Pantheon quotidiano

senza di loro saremmo tutti più poveri e inconsapevoli

Redazione Ansa

 ''Le storie del cinema ricordano che proprio alle origini di Hollywood, a dettar legge nella Città degli Angeli erano proprio le donne: una categoria che al pari delle altre minoranze (ebrei, omosessuali, inventori pazzerelli, esuli e immigrati) trovava spazio in un far west dell'immagine in movimento ancora non dominato dai grandi capitali. Erano registe e produttrici come Helen Gardner o Lois Weber, attrici comiche irresistibili come Mabel Normand, sceneggiatrici come Julian Crawford o Frances Marion (il primo Oscar al femminile nel 1930), dive dal pugno di ferro come Lillian Gish o Mary Pickford (fondatrice della United Artists insieme al marito Dougals Fairbanks e a Charlie Chaplin). Oggi sono nomi quasi dimenticati, ma basta guardare le loro foto, scolorite nella memoria, o ricordare i soggetti dei loro film per capire come seppero imporsi a un mondo maschile senza mai rinunciare alla propria femminilità e ai temi essenziali per la liberazione della donna''. Lo scrive Giorgio Gosetti, direttore de La Casa del Cinema in un intervento che sarà dalle 10 sul sito dell'istituzione in occasione della festa della donna e che abbiamo anticipato.
    ''Ho provato a scorrere la lista dei grandi personaggi femminili dello schermo e mi accorgo che si tratta di un fantastico pantheon di eroine del quotidiano; senza di loro saremmo tutti più poveri e inconsapevoli. Farne l'elenco - scrive ancora Gosetti - sarebbe più noioso dell'annuario telefonico ed è meglio evocarle con la serie di immagini che oggi Francesca Nigro posta insieme a questa nota obiettivamente soggettiva e limitata. Ma come dimenticare la protagonista di "Ragione e sentimento", madre e figlia in "Lezioni di piano" o le magnifiche donne di "The Hours"? Come non sentirci orgogliosi di "Erin Brockovich" della rabbiosa pugile di "Million Dollar Baby" o dell'intrepida ricercatrice di "Silkwood", fino alla viaggiatrice solitaria Robyn Davidson di "Tracks"? Come non stare dalla loro parte rivedendo "Mi piace lavorare" di Francesca Comencini, "Sette minuti" di Michele Placido o "Il diritto di contare" di Theodore Melfi? L'emancipazione femminile, la difficoltà di metà del mondo a farsi ascoltare e a portare una fertile "differenza" nell'universo dominato dai maschi è cosa antica: il cinema l'ha ricordata con storie appassionanti di grandi talenti: dalla matematica Ipazia di "Agorà" alla pittrice Gentileschi di "Artemisia", dalla santa guerriera di "Giovanna d'Arco" alla santa sapiente Hildegard of Bingen di "Vision" (un film troppo poco visto di Margarethe Von Trotta), fino alla spericolata pilota d'aereo Amelia Earhart celebrata nel film di Mira Nair "Amelia". A noi piace oggi ricordare una vera rivoluzionaria dietro e davanti allo schermo come Hedy Lamarr, nata Hedy Kiesler nella Vienna asburgica, fuggita alle grinfie del nazismo (e del marito) dopo lo scandaloso successo del suo "Estasi" (1933), diventata cittadina americana e diva splendente a Hollywood, ma capace di inventare il sonar durante la guerra, di intuire il mondo di internet con mezzo secolo d'anticipo eppure spossessata del suo genio per non offuscare il lavoro dei colleghi scienziati. E ci piace ricordare le tante donne "normali" che lo schermo ha omaggiato, dalla fragile Adriana (Stefania Sandrelli) di "Io la conoscevo bene" alla misteriosa Nana (Anna Karina) di "Vivre sa vie"in piena Nouvelle Vague; dalla modesta segretaria di "Roma ore 11" alle smarrite donne di mezza età in "Ricche e famose" di George Cukor.
    E poi le donne guerriere dello schermo, tra "Thelma e Louise" e "Kill Bill", passando per "Soldato Jane" e le "Ragazze vincenti" di Penny Marshall. O quelle che sfidano il pregiudizio nell'Iran de "Il cerchio", nell'Arabia di "La bicicletta verde", nel Mediterraneo di "Un divano a Tunisi", nell'Europa del pregiudizio ("The Danish Girl"), in un'America incapace di accettare la diversità della pelle ("The Help"), nell'Irlanda cattolica di "Albert Nobbs" o di "Magdalene". Su tutte aleggia lo spirito libero di Pedro Almodovar con le sue donne, volta a volta "in crisi di nervi", montate su "tacchi a spillo", incitate a "parlare con lei" o semplicemente festeggiate - ieri come oggi - coi loro nomi: "Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio". La sua irriverente allegria richiama altri spiriti liberi come Billy Wilder e le sue irresistibili "ragazze" in "A qualcuno piace caldo", come Blake Edwards in "Victor, Victoria".
    Quanta strada separa le silenziose eroine di Antonioni (tra "Le amiche" e "Deserto rosso") dalle chiassose e vitali protagoniste di "Bande de filles" o dalla coraggiosa Amelia di "The Babadook", con cui si è rivelata Jennifer Kent? E' la faticosa risalita che scandisce - nel cinema - una battaglia e una conquista che le donne hanno saputo strappare a morsi alla vita e alla società maschile in cui siamo cresciuti.
    E vengono in mente allora due figure esemplari, raccontate ancora una volta dal cinema e scritte per le donne da uomini capaci di sensibilità: la "Julia" di Fred Zinnemann nel lontano 1977 e la fiera Mildred di "3 manifesti a Ebbing, Missouri" dei fratelli Cohen. Oggi festeggiamo, attraverso la memoria o la riscoperta di tutti questi film, una storia che meritava di essere raccontata e che aiuta ancora tante a prendere coscienza di sé, dei propri diritti, di una centralità nel mondo senza la quale noi maschi saremmo inutili "macchine celibi". Dedicate qualche ora di questa giornata a rintracciare le storie che qui accenno: uomini o donne che siate, ci troverete qualcosa di voi e, di sicuro, un orizzonte futuro nel quale è bello specchiarsi''. 
   

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