Cultura

A Venezia71 il Leopardi di Martone, infelicissimo e ironico

Applausi per Il giovane favoloso

Redazione Ansa

Applausi in Sala Grande alla proiezione ufficiale del Giovane Favoloso di Mario Martone, in concorso a Venezia 71. Il battimano ripetuto è durato circa 10 minuti. E' l'ultimo degli italiani in concorso e tutti e tre hanno avuto un'ottima accoglienza.

Il Leopardi di Martone, infelicissimo e ironico

dell'inviato Francesco Gallo

La sfida non era affatto facile, quella di mettere sul grande schermo la vita e la natura aspra di Giacomo Leopardi e renderla appetibile, non retorica, e sopratutto viva. Mario Martone con Il giovane favoloso, in concorso al Festival di Venezia, ha fatto anche di più con questo film che racconta la vita del poeta di Recanati dall'infanzia fino alla morte a Napoli. Una vita non felice, vissuta nel segno della cultura e, ovviamente, di quella poesia difficile più che mai da raccontare sul grande schermo senza cadere negli abissi del cattivo gusto e del melo'.

Va detto che il Leopardi raccontato da Martone tanto triste non lo è. Almeno non lo è sempre. Agli inizi, quando vive nella sua odiata Recanati sulla quale vorrebbe scrivere un ''trattato dell'odio per la Patria'', certo il giovane sente tutta la sua inadeguatezza a vivere in un posto così lontano dal mondo. Animato, come è, da un dichiarato ''insolente desiderio di gloria'' il giovane Leopardi, che vive relegato nella nota biblioteca del padre Conte Monaldo (Massimo Popolizio), ha solo l'occasione di dare sfoggio della sua grande geniale capacità filologica che lo pone come su un piedistallo. Ma, nonostante la sua imbarazzante genialità, non è affatto pedante e non fa pesare per nulla la sua cultura a fratello Carlo Orazio (Edoardo Natoli) e la sorella Paolina (Isabella Ragonese) che lo adorano non per il suo genio, ma per la sua sicura ironia. Va un po' meglio quando, dopo alcuni tentativi di fuga, a 24 anni il poeta, già famoso negli ambienti letterari, lascia finalmente la sua odiata Recanati.

L'alta società italiana allora apre le porte ai suoi successi, ma lui alla fine, pur sentendosi libero, vive sempre con disagio quel mondo in cui le donne, per suo carattere ed aspetto, gli restano comunque estranee e dove tutti si relazionano con lui solo per adularlo o criticare il suo cronico pessimismo. La sua via crucis fisica, il suo diventare uno specie di storpio colto quanto raffinato che passa da Firenze a Roma fino a quella Napoli, insieme forse al suo unico vero amico Antonio Ranieri (Michele Riondino) è raccontata da Martone con fedeltà di ricostruzione storica. Scena cult del film quella dell'eruzione del Vesuvio vissuta dal poeta, ormai prossimo alla morte, da una terrazza di una villa di Torre del Greco. Ma l'anima forte de Il giovane favoloso sta sicuramente nella intelligente pessimismo di Leopardi declinato nel film in più di una scena. Per il poeta il suo è ''uno scetticismo ragionato e dimostrato'', scientifico insomma. A un letterato invadente che in un bar lo attacca dicendo che la sua visione malinconica delle cose non può anche non dipendere dai suoi tanti malanni e dalla suo aspetto fisico Leopardi, facendo aspettare il suo amato gelato alla crema, replica:''Io sono infelicissimo e basta e tutti i giornali dei due mondi non mi convinceranno mai del contrario''.

Martone, Leopardi rivoluzionario, amava la vita

dell'inviata Alessandra Magliaro

Riscoprire Leopardi, fare la sua conoscenza in maniera approfondita ''è fare un viaggio anche dentro noi stessi, fare un po' i conti con le gabbie che condizionano la nostra vita'' dice Mario Martone che alla Mostra del cinema porta in concorso Il giovane favoloso, il film su Leopardi che uscirà in sala il 18 ottobre e che ha avuto un'accoglienza calorosa. Il regista racconta la genesi del film, interpretato da Elio Germano, il contesto in cui lo ha sviluppato per arrivare a dire di aver fatto ''un cinema leopardiano da sempre, fin da Tango glaciale dell'82, per temi e essenza''. Sa Martone che Il giovane favoloso è un bel rischio, del resto Noi credevamo, sul Risorgimento, non era meno ostico, anzi. ''Non c'è bisogno di conoscere a memoria le poesie di Leopardi per andare a vedere questo film, si può non conoscerlo affatto. Questa è la storia di un uomo speciale e immenso, complesso nelle sue contraddizioni, un rivoluzionario in lotta per la sua libertà contro le gabbie che la vita mette davanti a tutti noi, nella famiglia, nel lavoro, nella società. La gran parte di noi viene a patti con queste costrizioni, ci fa indossare delle maschere, ma lui preferisce romperle e vivere una vita piena, a costo di ricevere in cambio infelicità'', aggiunge in un'intervista all'ANSA.

E proprio ''il tema della ribellione e della diversità lo rende non solo così vicino a noi - sul set lo aveva definito un Kurt Cobain dell'800 - ma immortale perché nelle sue poesie, come nella vita, tutto è autobiografico diceva Leopardi, c'è l'uomo da sempre''. Elio Germano racconta ''il grande regalo'' che ha avuto nell'essere scelto per questo ruolo, ''un attore può solo sognare di poter entrare in cotanti panni, in un mondo infinito così ricco che ogni volta che ti ci avvicini ti cambia. Leopardi ci insegna a vivere i nostri sentimenti, le nostre illusioni e io tutto questo dovevo restituirlo in carne: non è stato facile, perché per Il giovane favoloso c'è stato un lusso vero per il cinema italiano, quello di una lunga preparazione, 3-4 mesi, ma quando è arrivato il momento di andare sul set io avrei voluto continuare a studiare''. Germano, che lo chiama per nome, Giacomo, talmente gli è diventato familiare, aggiunge che ''di lui ci si innamora perché tutta la sua vita e le sue opere affondano nella nostra inadeguatezza di persone. E a me, che faccio l'attore quasi per difendermi dal mio sentirmi inadeguato, è quello che sta a cuore più di tutto''.

Il film ''senza Elio non ci sarebbe stato'', dice Martone, che ha maturato Il giovane favoloso nell'arco di ''10 anni, un cantiere che si è aperto con Noi credevamo, è andato avanti con Le operette morali a teatro, la lirica di Rossini. Sentivo la voce di Leopardi, quasi una sfida di cui vedevo i rischi ma al tempo stesso l'attrazione''. Martone ha utilizzato, nella sceneggiatura firmata con la moglie Ippolita di Majo, le parole di Leopardi, l'epistolario, raccontando il viaggio del poeta dalla cittadina dello stato pontificio alla Napoli ''che gli deve essere parsa come Calcutta, una città indiana, in cui non ha più niente da perdere e più il suo corpo si rattrappisce più si innalza la sua arte''. Quanto alla storia, ''la scelta è stata di tenerci sempre entro una certa soglia, non varcarla. Potevamo parlare della sua omosessualità ad esempio, ma non abbiamo voluto''. Nella ricerca di paralleli con il contemporaneo, Martone trova somiglianze tra il poeta e Pier Paolo Pasolini ad esempio, ''entrambi non tollerati, mal sopportati''.

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