Cultura

Asiatici, dimenticati e migranti, il riscatto all'Oscar

La nuova Hollywood avanza e premia gli outsider

Redazione Ansa

Un attore ex boat people di Saigon, un ex young actor degli anni '90 dimenticato e depresso (oltre che molestato 20 anni fa dall'allora presidente dei Golden Globe), una malese di 60 anni che è diventata la prima asiatica a vincere come migliore attrice, un film pigliatutto geniale visionario ma fuori dai grandi giri e un altro film, secondo piazzato, kolossal anti-bellico tedesco mai andato neppure in sala. E come se non bastasse EVERYTHING EVERYWHERE AT ONCE, il film dei Daniels che ha trionfato nella notte degli Oscar con 7 statuette su 11 candidature e NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE di Edward Berger miglior film internazionale e altre tre statuette su 9 non sono andati nei blasonati festival europei: il primo è stato lanciato al South by Southwest ad Austin in Texas, festival cinematografico e musicale che più di nicchia non potrebbe essere, mentre il secondo sfuggito ai radar di Cannes e Venezia è andato a Toronto e poi direttamente in streaming su Netflix guadagnando posizioni con il tam tam per un film livido sulle assurdità delle trincee della Prima Guerra mondiale tragicamente simili al dramma dell'invasione russa in Ucraina.

 

Oscar, miglior attore non protagonista Ke Huy Quan


    E' una edizione del riscatto, dei comeback kids come sono stati chiamati i premiati Ke Huy Quan, il profugo vietnamita e il tenero gigante Brendan Fraser, la 95/a edizione degli Oscar che si è tenuta questa notte al Dolby Theatre di Los Angeles e come in fondo è la stessa Yeoh che ha definito la statuetta "un faro di speranza e di possibilità, e non lasciate che nessuno vi dica che avete superato una certa età per sognare".
    C'è una nuova Hollywood che avanza e fa ben pochi prigionieri visto che la vecchia guardia della città degli studios, quella dei film classici e potenti ma old style come lo Spielberg autobiografico di THE FABELMANS, delle performance da urlo della potente Cate Blanchett in TAR, è uscita a mani asciutte. E' rimasto fuori Gli spiriti dell'isola, che come storia enigmatica, rarefatta e irlandese sarebbe stata bene lì in mezzo. Non è un exploit il verdetto di ieri, piuttosto è la prosecuzione di una strada cominciata con PARASITE, il capolavoro coreano di Bong Joon-ho che nel 2020 fece la storia (ma veniva dalla Palma d'oro a Cannes), proseguita nel 2021 con il camper sgarrupato di FRANCES MCDORMAND con NOMADLAND di Chloé Zhao prima regista di origini cinesi a vincere (ma anche qui c'era il Leone d'oro a Venezia) e nel 2022 con CODA - I SEGNI DEL CUORE, un film indie, presentato al Sundance, su una adolescente che è l'unica udente della famiglia e quello al miglior attore al nero WILL SMITH. Insomma la pioggia di premi a Everything Everywhere at Once arriva dopo un certo percorso e gratifica un film che ha incassato praticamente solo in America (da noi torna in sala con I Wonder) e che ha fatto centro soprattutto tra la comunità che racconta, gli asiatici di seconda e terza generazione che lavorano giorno e notte in occupazioni pesanti pur di restare a coltivare il sogno di una vita migliore.
    Non è solo questo certo, è pure una girandola di generi, avventura, azione, fantascienza, dramma familiare, comedy tutto insieme e con l'attualissimo plus del metaverso, con protagonista una donna cinese americana (la malese Michelle Yeoh) provata dalla crisi economica con la sua lavanderia al punto da non riuscire a pagare le tasse e che diventa suo malgrado una wonderwoman, con molteplici versioni di se stessa.
    I registi, DANIEL KWAN E DANIEL SCHEINERT, sono espressione di un cinema libero e indipendente e per questo forse sono il futuro di un cinema senza più steccati, senza più generi, senza più mostri sacri o comunque non solo con loro, un cinema multiculturale, migrante, capace di attirare un pubblico a prescindere dal dove (Niente di nuovo sul fronte occidentale, l'altro vincitore degli Oscar 2023, è solo in streaming), un cinema non per questo meno colto ma forse meno snob.
    Non a caso i due momenti da incorniciare della 95/a edizione degli Oscar sono le lacrime di Ke Huy Quan, scappato dal Vietnam su un barcone, vissuto in un campo profughi, cresciuto con la passione per il cinema, con in passato una particina in Indiana Jones, che ringrazia la mamma e i suoi sacrifici, grato "per il sogno americano che si avvera" e la commozione incontenibile di Brendan Fraser, l'obeso Charlie di The Whale, una parte dolorosa che ha portato al riscatto l'attore caduto in disgrazia nonostante successi come La Mummia grato al regista Aronfoski per la possibilità "che mi ha dato di salvarmi con The Whale. Ho cominciato 30 anni fa a lavorare nel cinema e le cose non sono state sempre facili per me, tornare in superficie non è stato facile, mi avete salvato". 
   

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