Cultura

“Il mio nome è Mario, ma mi chiamo Domenico”, il ritratto autentico di un’epoca dimenticata

NEW LIFE BOOK

In un’epoca in cui a dominare i rapporti sociali sembrano essere sempre di più la superficialità e il menefreghismo, fino a spingerlo oltre il punto di rottura, è rigenerante concedersi l’opportunità di immergersi in un mondo diverso, dal sapore antico e al contempo autentico e genuino. Antico si fa per dire: dopotutto, gli anni Cinquanta del secolo scorso non sono cronologicamente così distanti dal nostro presente. Tuttavia gli usi, i costumi, i mestieri e le abitudini di un piccolo borgo rurale sembrano del tutto alieni alla nostra modernità frettolosa: è importante, pur assecondando il progresso, che siano conosciuti e tenuti in grande considerazione soprattutto dalle generazioni più giovani, fonte di crescita e nutrimento come le radici per le foglie novelle. Il libro “Il mio nome è Mario, ma mi chiamo Domenico” (Gruppo Albatros il Filo, dicembre 2022) è un viaggio nel tempo e nello spazio che ci riporta a riscoprire la vita di paese della gente comune negli anni del dopoguerra. La narrazione dell’autore, Mario Di Adamo, è ironica e al contempo profonda, capace di lasciar scorgere al lettore ogni singolo dettaglio attraverso gli occhi di un bambino.

Per comprendere pienamente l’atmosfera del libro, è fondamentale conoscere il contesto storico in cui esso si svolge. L’autore, nato e cresciuto nella frazione di Mortale, nel comune di Casalattico, in provincia di Frosinone, prende per mano il suo lettore e lo invita a tornare bambino, osservando le campagne tra cui è cresciuto, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, con lo sguardo meravigliato e ingenuo della fanciullezza. In quegli anni l’agricoltura e la pastorizia erano ancora i mestieri più ampiamente praticati nel frusinate, la vita nella comunità rurale ruotava attorno al lavoro di fatica e le relazioni interpersonali erano fondate sulla solidarietà e sulla collaborazione.

Mario Di Adamo trasporta i lettori in quel mondo lontano, descrivendo con dovizia di particolari tanti aspetti della vita quotidiana che oggi sembrano lontani, ma che hanno plasmato l’identità di un’intera generazione. Non mancano, tra le sue pagine, tanti e coloriti dialoghi in dialetto stretto: attraverso le parole del popolo l’autore conferisce autenticità alla narrazione, regalando una finestra sulle usanze, le tradizioni e la cultura del tempo. La vita scorre con silenzioso vigore tra le pagine del libro: Di Adamo è capace di catturare l’essenza di quel periodo storico lasciando che con la sua narrazione le scene, le situazioni e le emozioni di un mondo apparentemente lontano possano rivivere. La voce del narratore, ovvero l’autore bambino nei suoi primi nove anni di vita, permette al lettore quasi di percepire sulla propria pelle le fatiche quotidiane dei contadini, le sfide della vita in una comunità rurale e le piccole gioie che rendevano speciale ogni giornata.

L’autore non manca, nella sua narrazione, di una importante componente ironica, spesso però velata da una nota di malinconia. Attraverso questi strumenti, Mario Di Adamo si mostra abile nel raccontare le trasformazioni della società e dei valori nel corso degli anni: sceglie infatti di non nascondersi dietro una nostalgia fine a sé stessa, unicamente cristallizzata nel passato, ma di osservare e testimoniare il suo mondo in divenire. Il periodo post-bellico, del quale non vengono tralasciate le difficoltà e la miseria, è narrato come riflesso delle radici di ciascuno di noi, permettendoci di riscoprire l’importanza dei valori umani, dell’umiltà e del mutuo aiuto

Il quadro dipinto dall’autore, nel quale figurano a vivide pennellate i volti e i tratti distintivi delle persone che abitavano il borgo, emergono individui realmente esistiti che affrontavano le avversità della vita con un coraggio e una determinazione senza precedenti.  Le condizioni di vita erano precarie, la povertà e la fame erano un rischio reale da non sottovalutare, ciononostante queste donne e questi uomini continuavano a mantenere un legame profondo con la natura, con i frutti che essa dispensa e con gli animali, senza voltarle le spalle o sentirsi abbandonati.

La riflessione suggerita da “Il mio nome è Mario, ma mi chiamo Domenico” si dirama su più piani. Prima di tutto Di Adamo si sofferma e spende molte parole circa l’importanza di ricordare e tramandare, affinché gli usi, i costumi e le tradizioni di quel tempo non si disperdano come cenere nel vento, svanendo nell’oblio degli anni che verranno. Nel testimoniare il valore prezioso di quest’epoca, capace di plasmare in profondità le nostre radici, l’autore sottolinea il valore di conoscere e conservare il proprio dialetto, con tutte le sue sfumature linguistiche e i suoi modi di dire che stanno gradualmente scomparendo dal linguaggio quotidiano, in favore di una quanto più standardizzata lingua italiana priva di inflessioni. Il dialetto è invece un patrimonio culturale di infinita ricchezza, il quale merita di essere preservato. Attraverso una lingua musicale e autentica, Mario Di Adamo racconta l’intera identità di un popolo attraverso le sue stesse parole. I protagonisti indiscussi del romanzo sono tuttavia i valori umani che emergono dalle vicende dei personaggi qui narrati. Nonostante la precarietà delle loro condizioni c’era sempre spazio per la solidarietà, ma era soprattutto fondamentale, per questi contadini e allevatori, sentire dentro di sé la presenza di Dio e della Sua Provvidenza per superare le difficoltà. In un’epoca in cui la superficialità e l’individualismo sembrano prevalere, questo libro rappresenta un richiamo a quei valori autentici che oggi rischiano di andare perduti.

Se durante la lettura veniamo immediatamente rapiti dalla potenza evocativa delle parole dell’autore, d’altra parte rimane vivo un dubbio legato all’enigmatico titolo del libro: “Il mio nome è Mario, ma mi chiamo Domenico”. È interessante come esso crei, forse inconsapevolmente, un punto di contatto con le generazioni più giovani: se infatti oggi è sempre più comune che si scelga un nome diverso da quello di battesimo per identificarsi, non c’era da sorprendersi, in passato, che un bambino o una bambina venissero registrati con un certo nome all’anagrafe, per poi essere chiamati, per tutta la vita, con un altro nome. Questa pratica aveva radici, nella maggior parte dei casi, legate alla tradizione familiare o religiosa: avveniva non di rado, per esempio, che al neonato di una famiglia venisse dato il nome di un antenato, ma che questo suonasse poi troppo antiquato per un bambino, il quale veniva poi soprannominato – e più largamente conosciuto da amici e parenti – con un nome diverso, più moderno. Nel caso del nostro autore il motivo è un altro, ma non meno radicato nella cultura e nelle convenzioni sociali del tempo. Lasciamo però che siano proprio i lettori a svelare questo curioso mistero.

L’opera di Mario Di Adamo va oltre il semplice racconto, trasportando i lettori in un’epoca dimenticata e facendo loro vivere la quotidianità di quel tempo con autenticità e nostalgia. Essa rappresenta un invito a riflettere sulla fragilità della nostra esistenza, troppo instabile se non poggiata sulle solide basi del passato costruito dai nostri predecessori. Con una narrazione suggestiva e emotivamente coinvolgente, l’autore ci invita a una lettura attenta e riflessiva, riconoscendo l’importanza dei valori più autentici che rappresentano l’essere umano e invitandoci a riflettere su come riportarli al centro delle nostre vite. È un’opportunità preziosa per imparare dalla saggezza delle generazioni passate, per trovare un senso di appartenenza nella nostra stessa storia.

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