Cultura

“L’ultimo treno”, il thriller urbano che indaga tra le crepe di un’apparente normalità

NEW LIFE BOOK

Un paesaggio urbano privo di punti di riferimento, una luce accecante, un uomo inghiottito dalle ombre con il cuore che scalpita violento e alcuni brevi ricordi che non accennano a fermarsi: sembra di essere stati catapultati all’improvviso nelle viscere di una coscienza  torbida, dolorosa, non in uno spazio reale. I binari e gli spessi pilastri in cemento, tuttavia, suggeriscono piuttosto una stazione, non-luogo di attesa e inquietudine. La realtà cerca di irrompere nella confusione di quel momento per portare ordine, ma nulla più è rimasto a quell’uomo se non il rimpianto, la paura, il dolore. È da questo scenario angosciante e concitato che prende forma il romanzo d’esordio di Luca Mannea, pubblicato per il Gruppo Albatros il Filo: L’ultimo treno.

Il protagonosta del romanzo, Carlo Celeri, viene descritto sin dalle prime battute come un uomo comune, semplice. È l’autore stesso a delinearne il profilo durante il suo intervento nella trasmissione Se Scrivendo, prodotta da CaosFilm: “è un uomo semplice, con un lavoro come tanti e una famiglia altrettanto normale. È stato proprio questo il mio punto di partenza, perché la sua semplicità nasconde molto altro, lasciando emergere il profilo di un personaggio più ambiguo di quanto si creda”.

Già dalle prime pagine si fa forte il senso di spaesamento del lettore, nonostante i numerosi avvertimenti che impongono – a lui e al protagonista – di non perdere il sentiero, di mantenere sempre la direzione senza cambiare rotta. Suonano vane le confortanti promesse di una meta certa, impossibile da mancare se si procede lungo il percorso che qualcun altro, prima d’ora, aveva tracciato. “Tutte le strade portano a Roma, arriverai da qualche parte e troverai quello che ti serve”, non c’è promessa o rassicurazione che tenga di fronte al fascino oscuro di ciò che è proibito. La dimensione del ricordo rappresenta perfettamente questo avventurarsi nel tetro bosco dell’esistenza, dove dai rami penzolano certe sagome dell’infanzia come fantocci consunti e abbandonati: scorgerli è una sorpresa, ma rimuoverli dal luogo al quale ormai appartengono e trascinarli di peso sulla strada maestra è una colpa mortale, le cui conseguenze saranno ineluttabili.

Il gancio con il passato del protagonista si chiama Marco Tagliati, il quale, nonostante gli anni trascorsi, rimane “il solito esasperante e malizioso ragazzo di periferia, con un gran cuore e un sorriso beffardo”. L’incontro apparentemente fortuito, avvenuto dopo anni di separazione, suscita in Celeri un senso di serenità misto al tremore che scuote le membra nell’istante in cui ci si risveglia da un letargo durato troppo a lungo, quando i muscoli si rinvigoriscono per via dello scorrere del sangue. Sarà insieme all’amico fidato degli anni universitari che il protagonista troverà il coraggio di sfidare i suoi demoni, lanciandosi tuttavia in una lotta impari, il cui risultato sembra già essere stato sancito a sfavore dell’uomo.

L’interrogazione interiore dell’uomo alle prese con le ombre del suo passato trova il perfetto contraltare nella vicenda urbana, in cui la metropoli milanese si tinge di nero e di giallo a causa di certe attività criminose, le quali mettono in allarme le autorità giudiziarie e politiche locali. Un raccapricciante omicidio, consumato proprio la notte di Natale, sancirà l’inizio di un’indagine complicata e a tratti incomprensibile: le tracce sono ovunque, l’arma del delitto non è stata occultata, tutto lascia credere che si sia trattato dell’impeto di un momento, non di una strage premeditata.

Il ritmo e la sapiente distribuzione delle scene, capaci di mantenere viva la suspance fino all’ultimo straordinario colpo di scena, sono abilità indubbiamente connaturate alla formazione di Luca Mannea, laureato in Cinema e Audiovisivi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e adesso in corso di specializzazione per diventare regista, sceneggiatore e showrunner cinematografico e televisivo. Già autore giovanissimo di cortometraggi in lingua italiana e in inglese, il suo stile narrativo cerca un punto di contatto tra la sceneggiatura e il romanzo, favorendo la creazione di un’atmosfera densa e alienante in cui smarrirsi, privi di ogni riferimento. Un piacere per la descrizione mai fine a sé stesso, ma connaturato alla costruzione stessa della psiche dei personaggi, per scavare negli angoli più reconditi delle loro anime sofferenti. “La descrizione a tratti ossessiva, a tratti angosciante permette di percepire in maniera più forte ciò che i protagonisti provano e di cui fanno esperienza, mette nella posizione di condividere ciò che stanno vivendo e del perché avvengano determinate situazioni. Potrei definirla più una descrizione interiore, che dell’ambiente circostante” spiega l’autore nel salotto letterario di Se Scrivendo. Il risultato è un’opera dal fortissimo ritorno sensoriale, nella quale i rumori, i sapori, gli odori permettono al lettore di calarsi in un’esperienza perfettamente immersiva.

In ciascuna delle quattro sezioni del romanzo Mannea sembra concentrarsi su un unico macrotema –potremmo riassumerli in “ombre, passioni, menzogne e morte” – seguendo una poetica che per certi aspetti richiama la scrittura per il grande schermo di Lanthimos e von Trier, mentre per altri si accosta alle atmosfere angoscianti e sfocate dei fratelli D’Innocenzo. Il movimento convulso di Carlo Celeri teso a raggiungere la salvezza, la verità, lo riporta tuttavia sempre al punto di partenza: come fosse il ritornello della più macabra delle ballate, i fanali accecanti del treno che il protagonista è costretto ciclicamente a sfidare scrutano nell’oscurità ingenua della sua anima, evocando in lui le immagini di quel passato che credeva ormai scomparso ma che non è mai riuscito a scrollarsi realmente di dosso. D’altra parte le indagini stesse offrono anche al commissario della polizia milanese incaricato di risolvere il caso l’espediente perfetto per interrogarsi su sé stesso, sulla sua professione e su quell’umanità perduta che per vocazione è chiamato a salvaguardare e proteggere, nonostante tutto.

Sospeso tra la realtà e il sogno, nella suggestiva cornice di un luogo al tempo stesso familiare e violentemente estraneo, il romanzo di Luca Mannea permette di toccare con mano il labile confine che intercorre tra la verità oggettiva e quella soggettiva, tra l’umanità più anonima e la mostruosità che si annida nei luoghi più facilmente visibili ma nei quali nessuno andrebbe mai a cercare. La frammentazione dell’io è resa visibile per il lettore in tutti quei punti in cui si avverte un “crac”: lì diventa evidente che la strada maestra sia ormai perduta e che la meta certa e rassicurante indicata dai propri maestri non è mai stata più lontana e irraggiungibile. Quando l’incubo finisce per combaciare con la realtà, nel momento in cui non ha più senso fuggire, ecco che l’unico tentativo di redenzione si incarna proprio in quell’ultimo viaggio, offrendo l’opportunità disperata per superare il confine e mettere un freno ai tormenti.

L’ultimo treno, di Luca Mannea, è un esperimento narrativo dal fortissimo impatto emotivo, in cui la suspance si annida nei dettagli più piccoli, ma mai trascurabili. Una crepa dopo l’altra, anche il lettore si troverà a camminare pericolosamente lungo i binari della psiche: salvarsi o lasciarsi travolgere sarà una scelta che forse non gli verrà concessa. 

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