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L'intervista: Mogherini, Ankara non alimenti spirale violenza

Rispetto legge e confronto democratico principi inderogabili

Federica Mogherini

Redazione Ansa

BRUXELLES - Il tentato golpe in Turchia "ha tenuto per diverse ore il mondo con il fiato sospeso: sembrava di essere tornati indietro nel tempo, a un altro secolo". E' la prima osservazione dell'alto rappresentante Federica Mogherini, in una intervista alle agenzie italiane ANSA e AGI di ritorno dal vertice Asia-Ue di Ulan Bator, i cui lavori sono stati punteggiati dall'attacco di Nizza rivendicato dall'Isis e dal tentato colpo di stato in Turchia. Mogherini è stata la prima a prendere posizione, lanciando subito su Twitter un chiaro appello contro il golpe. "Col presidente Juncker e il presidente Tusk - racconta - ci siamo immediatamente coordinati coi paesi Ue presenti per dare un messaggio di sostegno alle istituzioni democratiche del paese. Ho convocato una riunione dei ministri presenti al Summit e il punto sarà in agenda lunedì in Consiglio Esteri a Bruxelles, anche nella colazione con John Kerry, perché ciò che sta accadendo ancora in queste ore continua a richiedere tutta la nostra attenzione. Ora è indispensabile che il Paese ritrovi stabilità, che non si alimenti ulteriormente una pericolosa spirale di violenza, che va fermata. Rispetto della legge, dello stato di diritto e confronto democratico sono principi inderogabili e irrinunciabili. E sono anche il modo migliore per affrontare le difficoltà che la Turchia vive, con la guerra ai confini, il dramma del terrorismo e la necessità di rafforzare la coesione sociale e il dialogo politico al proprio interno. Questo chiediamo alla Turchia di oggi".

 

La strage di Nizza, rivendicata dall'Isis, è stato il quarto grave attacco in Europa in 18 mesi. Anche il terrorismo è tornato nell'agenda del Consiglio esteri.

 

"Il primo pensiero va sempre alle vittime, alle famiglie e in questo caso ai tanti bambini e adolescenti morti per una follia omicida senza senso. Il terrorismo è una minaccia alla sicurezza globale, che richiede un'alleanza globale per rispondere efficacemente. Innanzitutto sul piano della sicurezza, con scambi di informazioni, collaborazione nell' intelligence, e lavoro comune per prevenire e contrastare la radicalizzazione. Poi continuando a lavorare sul piano politico per risolvere le crisi aperte, tagliare i canali di finanziamento dei gruppi terroristici, ma anche agendo sul piano sociale e culturale, coltivando identità forti e aperte. La risposta migliore è nelle tre parole che i francesi e tutti noi festeggiamo il 14 luglio: libertà, uguaglianza e fratellanza. Non si tratta di buonismo, ma di tenere fede a quei valori che diciamo di voler difendere quando sono così brutalmente attaccati, dentro i nostri confini o lontano da noi. Ciò non esime dall' agire strettamente sul piano della sicurezza ed anche militare, laddove necessario. Ma ci illudiamo se pensiamo che una risposta muscolare possa risolvere un problema che va in profondità in tante nostre società. C'è una crisi di identità diffusa in un'intera generazione in tutto il mondo. Non esistono scusanti per chi sceglie la strada del terrorismo, ma solo quando capiremo cosa spinge su quella strada ragazzi nati e cresciuti qui riusciremo a prevenire e fermare questa follia".

 

Il Consiglio esteri avrà anche una sessione coi paesi del Golfo. Come interrompere i finanziamenti all' Isis? Quale ruolo per l'Arabia Saudita per frenare lo scontro sunniti-sciiti?

 

"Non possiamo pensare di risolvere la crisi in Siria e in tutto il Medio Oriente senza l'Arabia Saudita e i paesi del Golfo. Lunedì parleremo delle crisi regionali, ma anche della lotta ai canali di finanziamento del terrorismo: le banche europee devono applicare controlli particolari per i flussi di capitali diretti verso alcuni paesi a rischio, come la Siria, e chiediamo standard più elevati anche da parte dei nostri partner. Ma la cooperazione non riguarda solo Siria, Medio Oriente o lotta al terrorismo. Il Golfo è il nostro quarto partner commerciale per l'export ed i loro investimenti in Europa sono in crescita costante. Sono un candidato naturale a collaborare al Piano di investimenti europeo, per attrarre più risorse sui settori strategici dell'economia Ue".

 

Quello di lunedì sarà anche il primo Consiglio esteri della Brexit e col Regno Unito rappresentato da Boris Johnson, leader del 'Leave' tra i Conservatori.

 

"Innanzitutto vorrei ricordare che, pur avendo visto il chiaro risultato del referendum, la Gran Bretagna non ha fatto ancora richiesta di uscire dall'Unione Europea, nè di avviare i negoziati per farlo. Mi sembra che a Londra le idee su come procedere a riguardo non siano molto chiare. Fino a quando non si concluderanno questi negoziati, che non sono ancora neanche stati avviati né richiesti, la Gran Bretagna è e resta parte dell'Unione, con tutti i diritti e doveri di ogni stato membro. Poi, quando la Gran Bretagna uscirà, perderemo un attore importante della nostra politica estera, una formidabile rete diplomatica, un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu, un paese che investe tantissimo in cooperazione internazionale, storicamente internazionalista e aperto al mondo. Ma la Gran Bretagna perde ancora di più. Nelle grandi trattative internazionali ormai ci si confronta a livello di potenze continentali. Nei giorni scorsi ero a Pechino: per un gigante come la Cina i 'piccoli' stati nazione europei sono interlocutori poco interessanti. Cercano partner della loro taglia. E ogni Stato europeo ha bisogno della forza della nostra Unione se vuole garantire i propri interessi: innanzitutto nel negoziare accordi commerciali, ma anche nel gestire i flussi migratori o nel contrastare il terrorismo internazionale. Finora la Gran Bretagna ha giocato un ruolo di primo piano nella nostra politica estera europea. Ad esempio l’idea di creare dei 'compact', dei pacchetti di misure per aiutare il Libano e la Giordania ad accogliere i rifugiati siriani – dei pacchetti fatti non solo di aiuti, ma anche di accordi commerciali e di incentivi agli investimenti – è stata un'idea britannica resa possibile solo da strumenti dell'Unione Europea. Sono moltissimi i dossier di politica estera e di sicurezza su cui Londra ha bisogno dell'UE, e viceversa: parte del mio lavoro sarà quello di mantenere questa collaborazione, anche in condizioni oggettivamente più difficili. E già domani sera sarò a cena con Boris Johnson per un primo confronto".

 

Il capogruppo dei socialisti europei, Gianni Pittella, ha dichiarato che ora è necessario arrivare alla elezione diretta del presidente della Commissione europea, ovvero una svolta dell'Europa in senso federalista. Ritiene percorribile questa strada? Quali sono gli elementi concreti per la riflessione sul futuro della Ue aperta nell'ultimo Consiglio europeo?

 

"Gianni ha ragione quando dice che non è certo il momento di distruggere quello che è stato costruito finora: semmai bisogna costruire ancora, e far funzionare meglio quello che già abbiamo. E che è prezioso. Ce ne stiamo rendendo tutti conto meglio in queste settimane, vediamo cosa rischiamo di perdere. Per me è straordinario sentirci ricordare dai nostri partner internazionali quanto sia prezioso il processo di integrazione europea, quanta pace e quanto sviluppo economico abbia portato al nostro continente. Questo non vuol dire che non vi siano cose da cambiare, tutt'altro. Tuttavia il modo migliore per cambiare non è distruggere, ma dedicare tutte le nostre energie a costruire il futuro. Per questo è giustissimo avviare una riflessione sul futuro dell'Unione, sulle nostre istituzioni, sulle nostre politiche, su come fare in modo che le decisioni prese poi vengano attuate. Del resto lo abbiamo detto sin dall'insediamento di questa commissione. Non dimentichiamoci che ci sono molti poteri e strumenti che sono già previsti nei Trattati europei e che non sono mai stati utilizzati. Sulla gestione delle frontiere, sulla difesa comune, sulla capacità di investire insieme le nostre risorse verso obiettivi comuni – su tutto questo c’è molto che possiamo fare da subito, senza alcuna revisione dei Trattati. Si tratta di volontà politica, di condividere obiettivi, e agire insieme con coerenza. Ed è proprio quello che stiamo facendo con la Strategia globale per la politica estera e di difesa che ho presentato al Consiglio europeo subito dopo il referendum britannico. Una visione condivisa, ma anche l'indicazione di come usare strumenti che già abbiamo è che ci consentirebbero di essere più efficaci ed anche di gestire meglio le nostre risorse, ad esempio nel settore della difesa".

 

La situazione in Libia resta confusa. Il Mediterraneo centrale è tornato al centro della crisi dei rifugiati. La missione Sophia ha avuto l' ampliamento del mandato e la Nato si è impegnata a dare maggiore supporto. Quali i prossimi passi?

 

"Più di cinquantamila vite sono state salvate nel 2016 dalle varie operazioni navali europee, 16mila quelle tratte in salvo dell'operazione Sophia. Non sono numeri, ma uomini, donne e bambini. Su richiesta del governo libico, ora Sophia si occuperà anche di addestrare la guardia costiera. È un passo importante. Solo i libici possono controllare davvero le loro coste e intervenire nelle loro acque territoriali, che è dove muoiono più persone e può essere ancora più efficace la nostra lotta ai trafficanti di esseri umani. Il prossimo passo poi deve essere il rafforzamento delle frontiere meridionali della Libia, da dove arrivano quasi tutti i migranti: siamo già al lavoro coi libici e coi paesi del Sahel per rafforzare la sicurezza di quella regione fondamentale".

 

A un anno dall'accordo con l'Iran come procede il rapporto con Teheran? Ritiene possibile un accordo con l'Arabia Saudita per frenare il confronto in atto tra sunniti e sciiti?

 

"Abbiamo dimostrato che un buon accordo resiste alla prova del tempo. In un anno si sono aperte possibilità di collaborazione prima impensabili e possono far bene a entrambe le nostre economie. Ora è tempo di provare a costruire un terreno di possibile convergenza per i diversi paesi del Golfo. L'Europa sta incoraggiando questo percorso, che non sarà né semplice né breve, ma che è nell'interesse di tutti. La violenza non sta risparmiando nessuno, sunniti e sciiti, musulmani e non. È ora di rendersene conto, tutti. Ed è su questo interesse condiviso che dobbiamo lavorare: con pazienza, ma senza perdere nemmeno un giorno".

 

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