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Alzheimer, un nuovo farmaco rallenta la malattia

Per metà dei pazienti, patologia bloccata per almeno un anno

Le cellule nervose e le placche tipiche della malattia di Alzheimer (fonte: National Institute on Aging, NIH, Flickr)

Redazione Ansa

Un nuovo farmaco sperimentale (donanemab) rallenta la progressione della malattia di Alzheimer aiutando sia a ritardare l’aggravamento dei segni clinici della patologia sia a preservare la capacità di compiere le normali attività quotidiane. È il risultato di una sperimentazione clinica di fase III i cui dati sono stati pubblicato sul Journal dell’American Medical Association. Il farmaco è un anticorpo monoclonale che aiuta a rimuovere la beta-amiloide, la proteina alla base delle placche caratteristiche della malattia.

La sperimentazione, denominata ‘Trailblazer-Alz 2’, ha coinvolto più di 1.700 pazienti con Alzheimer in fase iniziale, che hanno ricevuto il farmaco o un placebo. Dopo circa un anno e mezzo, nei malati trattati con donanemab la malattia era progredita più lentamente: di circa il 35% nei pazienti con forme più precoci e del 22,3% se si consideravano tutti i pazienti. Questi dati si traducono in un rallentamento di 4,36 mesi. Inoltre, in circa la metà dei pazienti trattati con il nuovo farmaco la malattia non ha mostrato peggioramenti clinici per almeno un anno, rispetto al 29% dei pazienti che avevano ricevuto il placebo. I risultati della sperimentazione, in parte già anticipati a maggio, arrivano a pochi giorni dalla piena approvazione da parte dell’Fda di lecanemab, farmaco con un meccanismo di azione simile a donanemab.

Questi farmaci rappresentano “l’inaugurazione di una nuova era della terapia della malattia di Alzheimer”, si legge in un editoriale apparso sullo stesso numero della rivista. Restano però da sciogliere alcuni nodi, per esempio l'entità dei benefici clinici in relazione ai rischi di questi trattamenti. “Una diagnosi accurata e tempestiva, una discussione ponderata su rischi e benefici individualizzati e un'enfasi sulla gestione delle cure croniche non sono mai stati così importanti”, scrivono gli autori del commento.

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