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Siamo tutti vignaioli, per salvare e bere i vini autoctoni è boom adozioni e nuove idee

Filari di vigna riservati, etichette col proprio nome, regali di Natale originali e progetti di rilancio vigneti

vendemmia tradizionale nelle campagne dell'Argentario, i bambini pestano l'uva © ANSA

La vendemmia sta terminando in questi giorni, in tutta Italia piccoli paesi e frazioni profumano d'uva e di mosto. Chi ama i vini locali, autoctoni e tradizionali ora può produrne in prima persona anche senza possedere neanche un metro lineare di vigna. Si possono infatti adottare i vigneti. Non serve essere i proprietari (che continueranno a piantare, potare e vendemmiare) ma genitori adottivi dei filari così da avere riservato il vino che quella vigna produce, contribuendo anche a non far morire le vigne. Il fenomeno è in forte aumento e cresce con una media del 10% all’anno.

Per combattere la globalizzazione che nel campo alimentare sta facendo scomparire le tradizioni locali e estirpa vigneti autoctoni, delicati, saporitissimi e noti ai nostri nonni, i produttori locali hanno messo a punto nuove strategie. In primis la possibilità di affittare porzioni di vigna a chi ama davvero il vino attraverso un nuovo sistema di adozione a distanza. Con questa formula si può anche partecipare alla coltivazione e alla vendemmia dei propri filari e scegliere perfino l'etichetta per le proprie bottiglie.
Proprio nel momento in cui si temeva di più che le piccole realtà potessero essere eliminate dal business globale, ecco che nuove soluzioni possono fare rinascere e fortificare il settore dei produttori locali, dei piccoli coltivatori e delle imprese di piccola e media entità. Adottare a distanza vigne, ulivi, orti e maiali piace a 4 italiani su 10, attesta infatti un recente censimento di Coldiretti. L'associazione segnala come si stiano affinando le strategie per procurarsi prodotti alimentari genuini, freschi, di origine garantita e con il migliore rapporto qualità/prezzo perché senza alcuna intermediazione.

“Con l’adozione copriamo il 10% della produzione ma il fenomeno sta esplodendo in questi ultimi anni e cresce di mese in mese. In previsione di Natale le richieste aumentano ancora, c’è chi sotto l’albero regala filari di vigna o bottiglie di vino con la propria etichetta personalizzata, inventando nomi fantasiosi e spesso legati alla propria famiglia, - spiega Diana Tihulca, direttore vendite dell’azienda agricola Finigeto, a Cella di Montalto Pavese (PV). - Il nostro progetto non ha lo scopo di fare business ma è nato per fare conoscere alle persone cosa esiste davvero dietro l’etichetta delle bottiglie di vino che generalmente si comprano al supermercato. Il vino è vivo, si evolve, cambia in base alla terra in cui cresce la vigna, al clima e alla località. Assistere e partecipare alla potatura dei filari che sono stati adottati, alla vendemmia interamente fatta a mano, oltre che scegliere la propria etichetta e ordinare il quantitativo di vino desiderato è la strada maestra per innamorarsi della viticoltura, conoscere veramente il vino e salvaguardare il territorio. Perciò l’adozione non ha costi ulteriori se non quello del prezzo delle bottiglie che si ordinano. E’ insomma una produzione riservata a chi ama quel vino e rispetta il territorio”.

Abbiamo almeno 600 tipologie di vigneti autoctoni sparsi per la penisola e molti hanno ancora bisogno di essere rilanciati e supportati. Li ha contati e classificati in un unico database Michael Loos, art director, regista e fondatore di un progetto ambizioso quanto utile, www.20Mondi.com , nato per aiutare e far conoscere al mondo le produzioni dei vini più preziosi, quelli autoctoni. Spiega Loos: “L’idea nasce dalla mia passione per i viaggi on the road, senza mete fisse, fatti perdendomi nei tanti paesini italiani. Frequentando i bar, i piccoli circoli e assaggiando i bicchieri di vino locali, squisiti, offertomi dai loro abitanti così ospitali. Da qui l’idea di creare 20 Mondi per far scoprire e condividere l’incredibile diversità regionale italiana attraverso i suoi vitigni indigeni, con vigne anche coltivate da centinaia o migliaia d’anni. Uve locali come Nebbiolo, Ribolla Gialla e Sangiovese, solo per citarne alcune, sono valide alternative a quelle globali come Cabernet, Merlot e Chardonnay. Per fare crescere il progetto ricerchiamo adesso partnership istituzionali per rafforzare questo settore così ricco di cultura. Puntiamo inoltre a farli conoscere all’estero dove i vini italiani sono molto amati”.

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