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Gian Maria Tosatti, così trasformo gli edifici abbandonati di Napoli

Città ha tasso di cultura enorme,a Forcella esperienza più bella

Le Sette Stagioni dello Spirito, opera di Gian Maria Tosatti @: Chiesa dei SS. Cosma e Damiano, Napoli. LA PESTE © ANSA

 "Siamo partiti da sette edifici monumentali di Napoli che erano in stato di degrado e abbandono, li abbiamo trasformati in opere d'arte per un periodo di tempo consistente e poi li abbiamo riconsegnati alle istituzioni per poter essere usati come sedi istituzionali e sedi della cultura ma messi in stato di sicurezza". Racconta così Gian Maria Tosatti l'esperienza artistica "Le sette stagioni dello spirito" compiuta in sette edifici: l'ex Anagrafe Comunale di Napoli, la Chiesa SS Cosma e Damiano, gli ex Magazzini Generali, il Porto di Napoli, e un edificio in via delle Zite nel quartiere di Forcella.

Un intervento d'arte che Tosatti ha raccontato allo spazio Iqos Artime nell'abito del progetto IQOS ARTIME, il ciclo di talk dedicati all'arte contemporanea, ideato e condotto da Guido Talarico. "L'arte e l'amore per Napoli procedono in maniera congiunta.   Napoli ha un tasso di cultura - spiega Tosatti - difficile da rintracciare altrove nel mondo".

Le sette stagioni dello spirito, ecco il progetto dell'artista nato a Roma, residente a New York

La peste, installazione ambientale. Rappresenta le stanze più periferiche del «Castello interiore» descritto da Santa Teresa d’Avila, quelle in cui si vive quasi al di fuori della propria anima. L’installazione è stata realizzata in una chiesa chiusa dalla Seconda Guerra Mondiale, al centro di un quartiere complesso di Napoli. Il tema centrale è la peste come analogia dell’inconsapevolezza, un male dello spirito che ha falciato una generazione intera, come in passato altre pestilenze metaforiche (il nazismo secondo Albert Camus) o fisiche, come quelle raccontate da Tacito, Boccaccio o Manzoni.

Estate, installazione ambientale. E' una riflessione sull’inerzia come stato dello spirito. E’ un’opera sull’inferno secondo il pensiero di Pasolini. L’analogia usata per parlare di questo concetto teologico è la storia dell’Italia repubblicana, uno Stato che lentamente ha perso la sua identità e e la sua eredità lasciando che le cose degradassero senza opporsi. Lo spazio scelto per questo lavoro è la prima anagrafe italiana, attualmente abbandonata. La pancia di questo edificio è piena di tutti i documenti dei cittadini nati a Napoli dal 1809 ad oggi. L’installazione riproduce un’epica del decadimento. Il crollo dell’edificio è il crollo dello Stato stesso, il degrado delle mura, del soffitto di questa costruzione è il degrado del corpo di cui ogni cittadino è una cellula vivente che lentamente muore.

Lucifero, installazione ambientale. E' una indagine sull’archetipo del diavolo. E’ uno studio sul ruolo del male nei piani di Dio, sul concetto di errore e sulla redenzione. L’indagine di carattere morale prende, nella terza tappa del progetto, una prospettiva nettamente teologica usando gli archetipi del Cristianesimo come piano simbolico condiviso per poter creare un dialogo profondo col visitatore che poi torni ad essere fortemente politico. Al centro di quest’opera monumentale di oltre 6.000 mq agli ex Magazzini Generali del porto c’è una figura solitaria, il visitatore stesso che si trova in un costante gioco di rifrazioni che lo confondono con l’immagine del diavolo caricandolo della sua profonda e infinita nostalgia per la luce.

Ritorno a casa, installazione ambientale. Riflette sulla salvezza e sulla forza necessaria a sostenerla. E’ un’installazione, nell'ex Ospedale Militare, composta da una sequenza di momenti finiti, quasi una scomposizione della vita umana in quadri, tutti collegati fra loro, definiti in un perimetro determinato, calcolabile, ma sospeso in un grande vuoto di tempo, una solitudine disperante. Siamo a posteriori di una catastrofe, di una stagione all’inferno, percorrendo la linea del baratro fra una nuova caduta o l’inizio di un’ascesa. 

I fondamenti della luce, installazione ambientale. E' un’opera sullo splendore insopprimibile che alberga nel fondo dell’uomo e che è il motore primo della sua esistenza anche nei momento più oscuri. L’opera, in Santa Maria della Fede,  è un’elegia sospesa fra spirituale e politico, un elemento che diviene preponderante, esplicito, quasi provocatorio. Non esiste, infatti, il privato senza il collettivo e la salvezza non può che essere un riscatto collettivo, sociale, forse di classe. Paolina T., poiché povera, è costretta dalla società a scrivere la sua lettera d’amore nell’inferno di una realtà manicomiale dell’inizio del ‘900 che non è poi così diversa dal mondo che abitiamo oggi: un grande recinto per le menti, da cui si può evadere solo diventando più leggeri.

 Miracolo, installazione ambientale. Il paradiso non esiste se non come spazio da costruire. La sua esistenza diventa, dunque, lo spazio dell’agire, e l’opera stessa sacrifica l’immagine per divenire pratica. Miracolo rappresenta un punto di svolta netto nella narrazione di Sette Stagioni dello Spirito. L’apertura, il 17 ottobre di un portone in Via delle Zite 40, crivellato di colpi d’arma da fuoco, come accesso ad un ipotetico paradiso è stato l’inizio di una performance collettiva fatta di azioni semplici, quotidiane, eppure, stavolta, investite di un significato simbolico che poi, per osmosi, torna alla quotidianità, dal paradiso alle case conservando quella carica positiva e alta. Prendersi cura di un luogo, curarlo come fosse un malato, pulirlo, estrarre i proiettili dai muri come fossero frecce nella pelle di un grande animale ferito, chiudere con le proprie mani le crepe che dimostrano la fragilità degli involucri che abitiamo, primo fra tutti il nostro corpo, diventa un allenamento, un esercizio (spirituale?) per rileggere il presente di ogni giorno in una prospettiva larga, una prospettiva verticale.

Terra dell’ultimo cielo, installazione ambientale. Nel sistema cosmologico dantesco, quest’ultima tappa del progetto Sette Stagioni dello Spirito, nell'ex convento della Trinità delle Monache, corrisponde alla vertigine del poeta che si arrende all’impossibilità di raccontare cosa ci sia oltre una certa altezza del cielo. In quest’opera, per molti aspetti la più visionaria della serie, Tosatti ne propone un’ipotesi: diviene qui manifesto che scopo dell’uomo è quello di elevarsi verso la piena consapevolezza dell’incredibile altezza dello spirito umano. Ecco, dunque, un terreno da percorrere ancora, la “terra dell’ultimo cielo” che non è un luogo per una beatitudine da godere. Tutt’altro. È un punto da cui partire, consapevolmente: chi lo raggiunge, comprende che è suo dovere ritornare nel mondo per testimoniarne la presenza di quel luogo, e per indicarne la strada.

  • Redazione ANSA
  • NAPOLI
  • 27 aprile 2018
  • 10:56

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