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La copertina del libro

'Il corridoio di legno'

di Giorgio Manacorda

di Mauretta Capuano

Il collegio, il terrorismo, la rivoluzione. Esperienze o realta' viste e immaginate che hanno frullato nella testa di Giorgio Manacorda per tanti anni finche' non hanno trovato il loro posto in un libro: 'Il corridoio di legno', primo romanzo del germanista, critico letterario e poeta, che la casa editrice Voland ha deciso di presentare alle candidature al Premio Strega 2012.

''Lo Strega non e' una mia idea pero' la casa editrice ci crede e va benissimo, sono contento'' dice all'ANSA Manacorda.

'''Il corridoio di legno' e' breve ma ha avuto una gestazione lunghissima, di circa trent'anni. Scrivevo, non ero contento, lasciavo perdere, ci tornavo. Poi si e' aperto qualcosa, mi sono avvicinato sempre di piu' a quello che volevo dire'' spiega l'autore che ha 70 anni e nel frattempo ha sperimentato la pittura e ha altri due romanzi nel cassetto. Storia di un poliziotto che torna per un'indagine a Berlino, al collegio in cui ha passato l'adolescenza e dove si e' formato il gruppo di amici che hanno dato origine alla lotta armata, 'Il corridoio di legno' ''non e' un romanzo autobiografico, anche se ci sono delle cose vere. Forse per il tipo di sofferenze e problemi che affronta puo' essere considerato un romanzo generazionale'' dice Manacorda. Di sicuro non e' un romanzo storico perche' inserisce il terrorismo in un'ambientazione di fantasia. ''Nel libro - racconta l'autore - immagino l'Italia di quegli anni con un regime sudamericano, una situazione come quella dei Colonnelli in Grecia. Ho sempre pensato che ci fosse uno scollamento perche' per fare il terrorismo ci deve essere uno Stato autoritario mentre in Italia c'e' sempre stata la democrazia. I comunicati delle Br sembravano deliranti perche' parlavano di una realta' che non c'era, di uno Stato terribile che bisognava combattere con le armi. Io ho fatto il Sessantotto, conosciuto gente dell'ala estrema, e mi sono sempre sembrati scollati dalla realta'''. Il collegio, del quale Manacorda ha fatto esperienza, ha importanza nel libro come microcosmo in cui si realizza tutto quello che sara' la vita. Dunque, ''il terrorismo non come necessita' ideologica ma come prosecuzione di una violenza vissuta in una piccola societa'''. Cosi' anche la rivoluzione di cui si parla nel romanzo ''e' - dice Manacorda - una parola vuota''.

Il poliziotto che torna sui luoghi in cui e' cresciuto, rappresenta l'elemento dell'ordine'' e si chiama Giorgio, come l'autore. ''Mi e' sfuggito dalla penna, ma lui in fondo e' il narratore e io lo sono'' dice Manacorda. Nelle sue indagini, il poliziotto ricostruisce la storia di due fratelli, Andrea e Silvestro. Il primo, spiega lo scrittore ,''e' l'intellettuale sofferente che torna dalla Germania per andare a cercare il fratello in Italia, a Roma, mentre Silvestro e' l'anima negativa. E' il politico puro, quello che puo' cambiare bandiera''. Due le figure femminili, molto diverse fra loro: una ragazza poco piu' che adolescente che subisce la violenza.

L'altra e' la donna di Andrea che aiuta il poliziotto nelle sue indagini.

Oggi, dice lo scrittore, ''e' difficile capire che mondo era quello. Questi temi erano carne e sangue e ora per me la questione e' ampiamente chiusa. Adesso non ci sono piu' ideologie. Assistiamo al ribellismo sociale. Nessuno vuole piu' combattere per un altro mondo o modello di societa'. La preoccupazione e' come arrivare alla fine del mese e scatta la rabbia''.

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