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Mafia: Borsellino, resta il mistero su agenda rossa

Arcangioli,nella borsa nulla di rilevante. Ma Ayala lo smentisce

15 maggio, 10:14

di Lara Sirignano

Neppure il colpo di scena di un video inedito girato tra i corpi dilaniati e le macerie di via D'Amelio riesce a svelare il mistero della scomparsa dell'agenda rossa, il diario in cui il giudice Paolo Borsellino era solito scrivere spunti investigativi, riflessioni e appunti, svanito nel nulla dopo l'eccidio costato la vita al magistrato e agli agenti della sua scorta. I pm di Caltanissetta che hanno istruito il nuovo processo per l'eccidio - il quarto - l'hanno mostrato oggi al personaggio chiave della vicenda, l'ex capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, immortalato in decine di foto e filmati mentre porta via dal luogo dell'esplosione la borsa del giudice, poi ricomparsa nell'auto investita dal tritolo, priva dell'agenda. Arcangioli, allora in servizio al nucleo operativo di Palermo, ora colonnello, e' stato a lungo sospettato di essere l'autore della scomparsa del diario: ma le prove della sua colpevolezza non sono mai state trovate. Dopo due richieste di archiviazione, cassate dal gip, si e' ritrovato un'imputazione coatta per furto aggravato.

Contestazioni che non hanno retto al vaglio di un altro giudice che lo ha prosciolto. La sentenza e' passata in giudicato e il reato e' prescritto, ma l'ex capitano continua a essere al centro del mistero. ''Vivo in un incubo da 8 anni'', ha detto ai giudici, che per la strage processano i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e i tre falsi pentiti che depistarono le indagini accusando sette innocenti. ''La mia vita e' stata distrutta''. Uno sfogo che non gli ha evitato la deposizione a tratti molto tesa. Del 19 luglio del '92 Arcangioli ricorda l'orrore, la distruzione e i resti dei corpi dilaniati dal tritolo e i carabinieri che gli sono vicini nel video inedito.

Il resto e' sfumato, appannato dal tempo che certo non aiuta la memoria. ''Qualcuno mi diede la borsa - ha detto rispondendo alle domande dei pm Nico Gozzo e Stefano Luciani e del procuratore Sergio Lari - ma non so dire da chi la ebbi e cosa ne feci dopo. Posso solo dedurre che qualcuno la rimise in auto''. Di un'altra cosa e' certo Arcangioli: guardo' dentro la valigetta del giudice. ''Vidi cosa c'era - ha spiegato - ma nulla mi colpi' del suo contenuto. Ricordo solo un crest dell'Arma, ritenni il contenuto ininfluente per le indagini''.

Oggetti non significativi, per il militare, dunque, che - ma le sue sono solo deduzioni non supportate dalla memoria - indussero lui o altri a rimettere la borsa nella macchina. Dell'agenda rossa, sulla quale Borsellino potrebbe avere scritto intuizioni e spunti del febbrile lavoro investigativo iniziato dopo l'assassinio di Giovanni Falcone, Arcangioli non sa dire. Il diario, nei suoi ricordi, nella cartella di pelle marrone non c'era. ''Era solo quando vi guardo' dentro?'', gli hanno chiesto i pm. ''No. Non so dire precisamente con chi fossi, forse con il giudice Giuseppe Ayala''. Ed e' questa la principale contraddizione tra l'ufficiale dei carabinieri e il magistrato.

Sentito dopo Arcangioli, Ayala ha negato con forza di avere aperto la borsa del collega ucciso. ''Quel pomeriggio udii un boato, scesi da casa e seguii una colonna di fumo. Arrivai cosi'' in via D'Amelio, ma non sapevo ancora che li' abitava la madre di Borsellino. Mi avvicinai a un'auto blindata e inciampai su qualcosa: era un troncone di uomo con la testa carbonizzata.

Con difficolta' riconobbi in quei resti Paolo''. Della borsa, anche lui, ha ricordi flebili. ''Sono certo di averla avuta in mano. Era nell'auto, non so se la presi o qualcuno me la passo', ma di certo io non la aprii e la diedi subito a un ufficiale dei carabinieri che mi trovai vicino''. Chi fosse quel militare il teste non sa dirlo. Ma non ha dubbi che ''qualcuno apri' la valigetta, guardo' dentro, prese l'agenda e decise, tradendo lo Stato, di farla sparire''. Una scelta fatta, secondo Ayala, per eliminare un documento che poteva essere scomodo. Una scelta fatta da un infedele servitore dello Stato lontano dalla scena della strage, dove nessuno potesse vederlo. (ANSA).

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