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Gli uomini di Osama, quasi tutti morti o in galera

Ma alcuni sono ancora alla macchia e rappresentano una minaccia

04 settembre, 18:22
Il compound in Abbottabad, Pakistan
Il compound in Abbottabad, Pakistan
Gli uomini di Osama, quasi tutti morti o in galera

di Stefano de Paolis

NEW YORK - Dall'11 settembre 2011, sono quasi tutti morti o finiti dietro le sbarre i protagonisti di Al Qaida responsabili del più micidiale attacco agli Stati Uniti sin dal bombardamento giapponese di Pearl Harbor, nel 1941. Alcuni sono però ancora alla macchia, e rappresentano una minaccia reale, non solo per gli Usa. A cominciare dal "dottore", l'egiziano Ayman al Zawahri, che, seppure privo di carisma, ha raccolto l'eredità e il bastone del comando dal capo carismatico e fondatore di Al Qaida, Osama bin Laden, ucciso la notte del primo maggio scorso dai Navy Seals americani.

Con un'organizzazione smembrata, e i cui membri di spicco sono costantemente braccati sulle montagne pachistane e afghane dai droni americani, non sarà facile per Zawahri affermare la sua autorità sulla nebulosa Al Qaida ma, comunque, adesso è lui il 'most wanted' dalla Cia, assieme a un altro egiziano, Abu Mohammed al Masri, e a uno yemenita con la cittadinanza americana di nome Anwar al Awlaki, a loro volta protagonisti o ispiratori di sanguinosi ed eclatanti attacchi terroristici anti-americani. C'é poi un marocchino, Said Bahaji, meno noto ma altrettanto ricercato "vivo o morto", poiché era uno dei membri chiave della cosiddetta 'Cellula di Amburgo', di cui faceva parte anche l'egiziano Mohammad Atta, il leader dei 19 dirottatori che dieci anni fa materialmente condussero l'attacco suicida, "l'Operazione martedì santo", come la definiscono gli attivisti di Al Qaida. Di recente, Bahaji, attivamente ricercato anche dai servizi segreti tedeschi, era stato localizzato in Waziristan, la regione tribale tra Pakistan e Afghanistan, ma è poi riuscito di nuovo a far perdere le sue tracce. Ad Amburgo, quando studiava ingegneria, conobbe il kuwaitiano Khalid Sheikh Mohammad, presunto "cervello" dell'attacco all'America, che al momento dell'arresto (nel 2003) era considerato il numero tre di Al Qaida. Dopo essere stato ripetutamente torturato con il waterboarding, Mohammad ha confessato di aver avuto un ruolo nell'attacco alle Torri Gemelle e anche in 30 altri atti terroristici, tra cui la decapitazione in Pakistan del giornalista del 'Wall Street Journal' Daniel Pearl.

Ora è detenuto nel carcere della base Usa di Guantanamo Bay, a Cuba, assieme ad altri quattro presunti terroristi di al Qaida: Walid bin Attash, un saudita originario dello Yemen, accusato di aver messo a punto la logistica dell'attentato dell' 11/9; Ramzi Binalshibh, yemenita, accusato di essere l'intermediario tra kamikaze e leader di al Qaida; Ali Abd Aziz Ali, pachistano, considerato il 'contabile' del gruppo; Mustafa Ahmed Hawsawi, accusato di aver aiutato alcuni degli attentatori a trasferirsi dal Pakistan negli Usa. Il 31 maggio scorso, sono stati tutti e cinque di nuovo formalmente incriminati dagli Stati Uniti, per la seconda volta, affinché possano essere processati da un tribunale militare nella stessa base di Guantanamo Bay. In un primo tempo il presidente Barack Obama avrebbe voluto per loro un processo sul suolo americano, di fronte a un tribunale federale, e per questo le accuse erano state ritirate il 22 gennaio 2010. Poi visto il polverone sollevato, l'Amministrazione ha fatto marcia indietro, decidendo che i cinque saranno processati a Guantanamo, come stabilito inizialmente dal predecessore di Obama, George W. Bush.

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