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Wojtyla: 30 anni fa gli spari di Agca, ancora misteri

13 maggio 1981, ore 17.19, l'attentato in piazza San Pietro

14 maggio, 15:49
Papa Giovanni Paolo II mentre parla con il suo attentatore Mehmet Ali Agca, nel carcere di Rebibbia nel dicembre 1983
Papa Giovanni Paolo II mentre parla con il suo attentatore Mehmet Ali Agca, nel carcere di Rebibbia nel dicembre 1983
Wojtyla: 30 anni fa gli spari di Agca, ancora misteri

di Giovanna Chirr

Il 13 maggio 1981 e' un mercoledi' e papa Wojtyla esce in piazza San Pietro per l'udienza generale, che allora si teneva alle 17, a bordo di una camionetta bianca scoperta. La macchina avanza tra due strette transenne a passo d'uomo e Giovanni Paolo II, in piedi, stringe le mani che gli vengono tese, solleva e bacia una bimba bionda e la restituisce alla madre. Ancora due o tre minuti, e rimbombano due spari, i colombi che vivono sotto il colonnato volano via spaventati. Sono le 17 e 19 minuti. Il Papa resta immobile per qualche istante, la fascia che gli circonda la vita diventa rossa di sangue e lui si accascia, sorretto dal segretario Stanislao Dziwisz e dal cameriere Angelo Gugel. Qualcuno ha sparato al Papa, qualcuno voleva ucciderlo. Portato all'ospedale Gemelli, papa Wojtyla e' in sala rianimazione, ha perso moltissimo sangue, e dall'ospedale pediatrico Bambino Gesu' arrivano flaconi di gruppo sanguigno 0 Rh negativo. E' ferito a una mano e molto gravemente all'addome.

Viene operato, sara' operato ancora nei giorni successivi, ma si salva. Subito dopo l'attentato in piazza San Pietro viene arrestato Mehmet Ali Agca, il giovane turco che ha sparato al Papa, e si trova la pistola che ha usato, una Browning. Giovanni Paolo II e' ancora tra la vita e la morte, ma gia' ci si chiede chi ci sia dietro l'attentato: sembra infatti improbabile che i ''Lupi grigi'', l'organizzazione terroristica turca di cui Ali Agca fa parte e che ha base in Bulgaria, all'epoca paese di stretta osservanza sovietica, abbia potuto da sola organizzare l'impresa. Il 27 dicembre 1983 papa Wojtyla, nel carcere di Rebibbia, fara' visita al suo mancato killer, e lo perdonera'. L'attentatore, nel corso degli anni e dei vari processi, si dimostrera' abilissimo nel raccontare storie spesso inverosimili e confondere il piu' possibile le acque, e le indagini seguiranno le piste piu' diverse. Dopo 30 anni non c'e' ancora una verita' certa, ma Giovanni Paolo II, le persone a lui piu' vicine e molti che hanno seguito la vicenda, erano convinti che l'attentato fosse collegato all'impegno del papa polacco contro i regimi dell'Est europeo, controllati dall'Unione Sovietica. Papa Wojtyla inoltre credeva che fosse stata l'intercessione della Madonna di Fatima, di cui il 13 maggio e' la festa, a farlo sopravvivere, e regalo' al santuario di Fatima il bossolo della pallottola che gli era stata estratta dall'intestino.

Nel libro ''Memoria e identita''', pubblicato poco piu' di un mese prima della morte, papa Wojtyla ha scritto che l'attentato fu ''commissionato'' e fu opera di ''una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo''. Nel '95, al presidente bulgaro Jelev che lo interpellava sulla ''pista bulgara'', papa Wojtyla disse: ''un intero popolo non puo' avere delle colpe, anche se ci fossero''. Nelle scorse settimane il direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Maria Vian ha ricordato che Giovanni Paolo II era convinto che l'attentato fosse una delle ''ultime convulsioni del comunismo''. ''Questo scenario - ha aggiunto - sembra dunque il contesto logicamente piu' probabile''. (giovanna.chirri@ansa.it)

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