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Vaticano a Israele, messaggio positivo

Vanno visti documenti collettivi e non singoli interventi

25 ottobre, 13:06

CITTA' DEL VATICANO - La Santa Sede ribadisce la valutazione "grandemente positiva" dei lavori del Sinodo sul Medio Oriente, la cui voce collettiva è sintetizzata nel "messaggio" finale e non nei singoli interventi dei padri sinodali. E' quanto ha spiegato ai giornalisti Padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, in risposta alle critiche venute da esponenti israeliani.

"Se si vuole avere una espressione sintetica delle posizioni del Sinodo - ha detto padre Lombardi - attualmente bisogna attenersi al 'Messaggio' che è l'unico testo scritto approvato dal Sinodo nei giorni scorsi." "Vi è poi - ha aggiunto - una grandissima ricchezza e varietà di contributi dati dai padri, che però come tali non vanno considerati ognuno come la voce del Sinodo nel suo insieme". "La valutazione complessiva del Sinodo e dei suoi lavori nelle parole del Santo Padre e nell'opinione comune dei partecipanti e degli osservatori - ha concluso il portavoce vaticano - appare grandemente positiva". Il messaggio finale del Sinodo, nel paragrafo indirizzato ai "nostri concittadini ebrei", afferma: "non è permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie". Nella conferenza conclusiva di sabato scorso, mons. Cyrille Salim Boustros, vescovo greco-melchita della diaspora negli Stati Uniti nonché presidente della Commissione che aveva redatto il 'Messaggio', aveva aggiunto che per i cristiani "non ci si può più basare sul tema della Terra promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e l'esilio dei palestinesi". Proprio sulle sue frasi si sono appuntate ieri le critiche di alcuni esponenti israeliani, che hanno accusato il Sinodo di "essere ostaggio" di una maggioranza araba e anti-ebraica.

(di Elisa Pinna)
La pace per il Medio Oriente è "possibile", è "urgente", è " la condizione indispensabile per una vita degna della persona umana" e per "evitare l'emigrazione" dalla regione. Ha alzato la voce Papa Benedetto XVI durante la sua omelia, stamane, quando ha chiesto alla comunità internazionale di moltiplicare gli sforzi per porre fine ai conflitto dell'area, in primis quello tra israeliani e palestinesi in Terra Santa. Nella messa a San Pietro, che ha concluso il Sinodo sul Medio Oriente dopo due settimane di lavori, papa Ratzinger ha anche invocato una vera libertà religiosa, e non solo di culto, nella regione mediorientale, ha chiamato i cristiani a battersi per promuovere tale "diritto fondamentale" della persona umana ed ha indicato la libertà di coscienza come uno dei nodi più urgenti da affrontare nel dialogo con i Paesi islamici. Rito latino (ovvero occidentale) oggi per la conclusione dell'assemblea sinodale sul Medio Oriente, così come era accaduto per la messa inaugurale del 10 ottobre scorso. Canti orientali però, intonati dalle voci profonde, baritonali, dei patriarchi cattolici melchiti, maroniti, siriaci, caldei, copti, armeni. Volute di incenso e preghiere in arabo, farsi, turco, ebraico. Mitre occidentali, ricamate d'oro, e copricapi a cipolla orientali.

Con il Papa hanno concelebrato la messa di chiusura 177 padri sinodali, un drappello di uomini di Curia, ma sopratutto i patriarchi e i vescovi del Medio Oriente, riuniti per la prima volta a Roma per cementare l'unione tra le diverse comunità "sui iuris" (con autonomia giuridica) e tra queste e il successore di Pietro. Dopo il messaggio finale del Sinodo e le 44 proposte diffuse ieri, Benedetto XVI è tornato oggi a parlare della situazione nella regione. "Da troppo tempo - ha scandito - nel Medio Oriente perdurano i conflitti, le guerre, la violenza, il terrorismo. La pace, che é dono di Dio, è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali, in particolare degli Stati più coinvolti nella ricerca della soluzione dei conflitti". "Non bisogna mai - ha aggiunto - rassegnarsi alla mancanza della pace. La pace è possibile. La pace è urgente. La pace - ha scandito con forza - è la condizione indispensabile per una vita degna della persona umana e della società. La pace è anche il miglior rimedio per evitare l'emigrazione dal Medio Oriente".

Il Papa ha rivolto il suo pensiero ai "tanti fratelli e sorelle che vivono nella regione mediorientale e che si trovano in situazioni difficili, a volte molto pesanti, sia per i disagi materiali, sia per lo scoraggiamento, lo stato di tensione e talvolta di paura" . Li ha incoraggiati ad affidarsi alle preghiere perché Dio renderà "soddisfazione ai giusti" e ristabilirà "l'equita". Li ha esortati a battersi per un'autentica libertà religiosa e di coscienza "uno dei diritti fondamentali della persona umana che ogni Stato dovrebbe sempre rispettare". "In numerosi Paesi del Medio Oriente - ha denunciato - esiste la libertà di culto, mentre lo spazio della libertà religiosa non poche volte è assai limitato. Allargare questo spazio di libertà diventa un'esigenza per garantire a tutti gli appartenenti alle varie comunità religiose la vera libertà di vivere e professare la propria fede". Di ciò, nei giorni scorsi, hanno parlato con coraggio anche molti padri sinodali. Il Papa ha rilanciato stamane la loro voce ed ha posto il tema della libertà religiosa al primo posto nell'agenda del dialogo tra i cristiani e i musulmani.

ISRAELE, SINODO OSTAGGIO MAGGIORANZA ANTIEBRAICA - Dopo una pausa di riflessione di oltre 24 ore, Israele ha stasera denunciato con forza gli "attacchi politici" nei suoi confronti - condotti "nel segno della migliore tradizione della propaganda araba" - lanciati dal Sinodo per il Medio Oriente, appena conclusosi in Vaticano. In un comunicato dai toni perentori il viceministro degli Esteri Dany Ayalon ha manifestato "delusione" per la dichiarazione finale dei vescovi accusando il Sinodo di essere stato preso "in ostaggio di una maggioranza anti-israeliana" fornendo "una tribuna per attacchi politici" contro lo Stato israeliano. Ai suoi commenti si sono contrapposti quelli dell'Olp che oggi ha invece espresso vivo compiacimento per le posizioni espresse dal Sinodo. Ayalon si è detto peraltro "scandalizzato" dall' affermazione del vescovo melchita di Boston Cyril Salim Bustros (non contenute nei documenti ufficiali del Sinodo) secondo cui Israele si rifarebbe al concetto biblico di Terra Promessa per giustificare i diritti territoriali degli ebrei ed "espellere i palestinesi". Parole da cui il dicastero degli Esteri israeliano ha chiesto alla Santa Sede di "distanziarsi" chiarendo come simili toni "non rappresentino la posizione ufficiale del Vaticano". Sulla stampa israeliana i lavori del Sinodo non hanno avuto una eco particolare. Il giornale che ha dato maggiore rilievo all'evento è stato Makor Rishon, un quotidiano con scarsa diffusione vicino al nazionalismo religioso ebraico. Il quotidiano in lingua inglese Jerusalem Post ha da parte sua riportato dichiarazioni dell'ambasciatore di Israele nella Santa Sede, Mordechai Lewi secondo cui le espressioni dell'arcivescovo Bustros " rappresentano un passo indietro rispetto a Concilio Vaticano II". Esprimendosi invece in totale sintonia con le tesi espresse nel Sinodo, il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat ha affermato che "Israele non può far ricorso a concetti biblici relativi alla Terra Promessa o al popolo eletto per giustificare poi rivendicazioni territoriali a Gerusalemme o nei Territori". Il documento espresso dal Sinodo, secondo Erekat, conferma che "Israele non può rivendicare Gerusalemme come città esclusivamente israeliana". "Ma i governi israeliani - ha replicato il portavoce del ministero degli esteri Yigal Palmor - non si sono mai serviti della Bibbia" per giustificare l'occupazione o il controllo di alcun territorio, inclusa Gerusalemme est (la parte a maggioranza araba della Città Santa, la cui annessione a Israele non è riconosciuta dalla comunità internazionale). Palmor ha poi respinto come "ingiusta e pregiudiziale" la retorica riecheggiata da parte di alcuni vescovi (in maggioranza arabi) presenti al Sinodo. Circa lo status di Gerusalemme le posizioni restano molto distanti. "La nostra visione - ha elaborato il portavoce palestinese - è di una città aperta e condivisa, la capitale di due Stati e di tre fedi, mentre nella visione israeliana è una città esclusivamente ebraica". Proprio oggi il governo israeliano, indipendentemente dalle polemiche sul Sinodo, ha approvato in via generale un pacchetto di incentivi e di investimenti volti a rafforzare la presenza israeliana in città. "Si tratta di un messaggio chiaro - ha precisato un ministro del Likud - che Gerusalemme non sarà mai spartita e che al suo interno non ci sarà altra sovranità che non quella israeliana". Secondo un deputato arabo israeliano, Taleb a-Sana, posizioni del genere rischiano adesso di "mettere fine alle speranze di pace" nella Regione.

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