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Il rifugio delle mogli-bambine di Herat/ FOTO

14 settembre, 16:26
HERAT
HERAT
Il rifugio delle mogli-bambine di Herat/ FOTO

di Gina Di Meo

HERAT  - Giocare anche solo con una palla, correre, saltare, ricevere l'affetto di una famiglia, in una parola il desiderio di essere bimba. In Afghanistan se c'é un'infanzia violata è proprio quella delle bambine.

Ad alcune viene appena dato il tempo di sbocciare, per altre le 'esigenze' della famiglia vengono prima e quel piccolo fiore diventa merce di scambio. A Herat c'é una casa rifugio per donne, si fa per dire, dai 10 ai 30 anni, ed è un libro aperto di storie di adolescenti troppo presto costrette a diventare donne prima dalle famiglie e poi da mariti-padroni.

Nafisa ha 15 anni. Si è sposata cinque anni fa. Ne aveva solo dieci. Suo padre l'ha scambiata con delle pecore e delle mucche. La sua famiglia l'ha promessa non come una sposa, ma come una schiava.

"Il giorno che è arrivata al rifugio di Herat - dice all'ANSA Suraya Pakzad, che ha voluto la struttura nel 2005 - nessuno riusciva a credere che quelle mani appartenessero ad una donna. Se avesse avuto indosso un burqa e fatto vedere solo le mani, tutti avrebbero pensato a quelle di un uomo". Le mani di Nafisa sono grosse come quelle di un muratore. Suo marito le ha fatto costruire quattro stanze. Ogni mattina quando usciva le chiedeva di preparare 100 mattoni di fango. Quando tornava a casa la sera le chiedeva, invece, di preparare la cena e poi la portava nei campi.

"La portava la sera - racconta la Pakzad - perché durante il giorno aveva vergogna di far vedere che faceva lavorare la moglie nei campi e cosi aspettava la sera. Poi lui si sdraiava sull'erba e si metteva a dormire. Solo all'alba la riportava a casa. Durante il giorno la piccola non riusciva a stare in piedi per la stanchezza ma andava avanti lo stesso terrorizzata al pensiero che se non preparava tutti i mattoni sarebbe stata picchiata".

Il suo più grande desiderio ora, dopo aver ottenuto il divorzio, è quello di tornare dai genitori e stare con loro anche se non riescono a darle tre pasti al giorno. "Una volta va bene" - dice - toccandosi un paio di mani che non le dovrebbero appartenere. Suraya Pakzad è la fondatrice del centro nonché direttrice della Voice of Women Organization, una ong creata nel 1998 con lo scopo di tutelare i diritti delle donne in Afghanistan.

Mentre abbraccia le sue ragazze racconta la storia di Mariah. La piccola cammina a fatica, è caduta dal tetto mentre cercava di sfuggire al marito che stava cercando di ucciderla. "Oltre a proteggere queste bambine - spiega - ci occupiamo anche del loro divorzio, altrimenti i mariti per legge potrebbero riprendersele". Pari invece non sa quanti anni ha, forse 12. Si è sposata un anno e mezzo fa ed è venuta al centro sei mesi fa. Il marito abusava di lei e dopo un anno di violenze domestiche è riuscita a scappare. "Stiamo lavorando - continua Pakzad - per farle ottenere il divorzio e poi potrà tornare dai suoi genitori. Attualmente potrebbe stare con la famiglia, ma il marito potrebbe riprendersela con la forza perché secondo la legge sono ancora sposati". Pari dice che ora non ha più paura perché a proteggerla c'é un gruppo di donne.

Il marito era drogato ed aveva un atteggiamento molto violento. Racconta che l'ha sempre trattata come una schiava e se non riusciva a soddisfare i suoi desideri la piccola veniva picchiata, rinchiusa in una stanza per ore e lasciata anche senza mangiare. Banafsha ha undici anni. Si è sposata due anni fa, quando aveva solo nove anni. Suo padre ha otto figli ed è senza lavoro. Lei è diventata merce di scambio per mille dollari. Mentre Banafsha racconta la sua storia gioca con una palla che le è stata regalata dalle soldatesse italiane del Prt di Herat. Le toccava pulire la casa, fare il bucato, preparare da mangiare. Mai ricevuto un gesto di amore. Quando è scappata pensava di non farcela ma ogni altro male sarebbe stato minore rispetto a vivere in quella casa. Ora è contenta, non vede l'ora di ottenere il divorzio e tornare a scuola. Da grande vuole fare l'assistente sociale per aiutare le donne che sono nella sua stessa situazione. Le truppe italiane del 1mo Reggimento Artiglieria da Montagna della Brigata Alpina Taurinense vengono qui periodicamente. Hanno appena scaricato sacchi di riso, fagioli, latte, dolci e tanti giocattoli.

"Portiamo loro cibo, giocattoli - spiega il colonnello Emanuele Aresu, a capo del Prt 13 di Herat che sta portando avanti una politica di sostegno alle donne afghane- oltre ad offrire assistenza sanitaria. Per l'anno prossimo abbiamo in programma di costruire loro un nuovo edificio".

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