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A Santo Domingo fa paura l'esodo degli sfollati

21 gennaio, 15:38

dell'inviato Vincenzo Sinapi

SANTO DOMINGO - E' inverno, ma come sempre fanno 30 gradi, e come sempre all'aeroporto internazionale di Santo Domingo arrivano frotte di turisti. Con una differenza, stavolta, che insieme a loro lo scalo è affollato anche di stranieri, di tanti paesi, che con le bellezze del paese caraibico non c'entrano niente: giornalisti, funzionari di organismi internazionali, squadre di soccorritori che sbarcano qui per andare ad Haiti. Per Ramon, il tassista, è una manna, ma nonostante questo è perplesso: "tutti questi poveracci che si stanno ammassando al confine non mi piacciono. Non mi piacciono proprio".

Da Santo Domingo sono stati i primi ad arrivare a Port-au-Prince nelle ore subito dopo la scossa della catastrofe, certo, ma non è un mistero che la gente dei due paesi che si dividono l'isola non si è, per così dire, mai amata. E a Santo Domingo sono preoccupati per l'ondata di sfollati che giorno dopo giorno si sta riversando al di là del confine e che, si teme, prima o poi ritroveranno anche nelle strade della capitale del turismo più spensierato. "Già li vedi - dice Ramon - nei paesi a ridosso della frontiera e cominci a vederli anche qua. E siamo solo all'inizio. Poi non so che cosa succederà". Omar, il pilota, anche lui in questi giorni fa affari d'oro. Con il suo elicottero parte dall'aeroporto più piccolo, il Joaquin Balaguer, e fa la spola con Port-au-Prince anche più volte al giorno. Trasporta, a prezzi improbabili, tutti quelli che hanno fretta di arrivare là dove, per una ragione o per l'altra, dovranno confrontarsi con morti e macerie. Prima, non gli girava così bene, per niente, ma nonostante questo anche lui storce il naso. "Io le vedo, dall'alto, le file di macchine che si accodano alla nostra frontiera. Santo Domingo è un paese ospitale e quelli sono poveracci che non hanno più niente, ma questo non c'entra, non ce la facciamo a sostenere questa massa di gente". E poi c'é una preoccupazione più forte, per alcuni un vero e proprio terrore: e cioé che il sisma, un giorno o l'altro, si mostri con la sua faccia di distruzione, anche da queste parti. Eugenio Polanco, direttore dell'istituto sismologico dell'Università di Santo Domingo, raccomanda di mantenere alta l'allerta perché anche la Repubblica Dominicana potrebbe incappare, in futuro, in un "terremoto su larga scala". Per questo chiede a tutti, ad ogni livello, di fare ogni sforzo perché il Paese sia pronto "per evitare che ci sia una catastrofe".

Ma la stessa comunità scientifica di Santo Domingo, intanto, si è mobilitata in favore del vicino di casa. In vari modi, anche stanziando fondi per borse di studio destinate ai giovani haitiani che studiano nell'università della capitale. Un aiuto che si aggiunge a quelli, certo più sostanziosi, che continuano ad arrivare al di là del confine. Santo Domingo sta infatti inviando medici e infermieri, volontari che distribuiscono il cibo, squadre di soccorritori e, la prossima settimana, manderà tecnici e ingegneri. "Siamo solidali - scrive sul quotidiano Listin Diario Franklin Garcia Fermin, il rettore della Uasd, la principale università del paese - con un Paese letteralmente devastato, tanto fisicamente quanto psicologicamente, per tanti morti, feriti e perdite materiali". Anche Omar, il pilota, e Ramon, il tassista, sono solidali, ma "questa storia", come la chiamano, continua a non piacergli per niente

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