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Panico per nuova scossa, aumenta rabbia e violenza

21 gennaio, 15:33

dell'inviato Vincenzo Sinapi

PORT AU PRINCE - Molti pensavano che l'incubo fosse finito, che dopo una lunga serie di repliche il terremoto se ne fosse andato lontano. Invece, poco dopo le sei di mattina, si è fatto di nuovo sentire nelle strade piene di rifiuti e sfollati di Port au Prince e nel resto di Haiti. Una scossa violenta: 6.1 la magnitudo, poco dopo le sei di mattina. Il panico è dilagato dovunque. All"Hotel Plaza, appena riaperto, un ospite ha cercato scampo buttandosi dalla finestra: é precipitato da alcuni metri e si è fracassato la testa, ma non è morto. Alcune vittime, però, ci sarebbero state nel crollo di alcuni edifici in un sobborgo della città: "Difficile avere notizie precise", allarga le braccia il console onorario d'Italia ad Haiti, Giovanni De Matteis. Così come non si sa ancora bene che cosa sia successo a Jacmel, città vicina all'epicentro. Lì si trovano praticamente isolati due cittadini italiani: è molto difficile raggiungere quel posto via terra e uno dei due dovrebbe essere evacuato in elicottero. L'altro ha deciso di restare.

La nuova scossa ha aumentato se possibile lo scoramento per le centinaia di migliaia di sfollati radunati nelle tendopoli di fortuna. In quelle condizioni, se non altro, non hanno avuto paura. "Non ho un tetto sopra la testa, perché dovrei averla?", ci dice Rosa Marie Charles, età imprecisata, ospite di un campo di Carrefour, una delle zone più degradate di Port au Prince. E' proprio in questa tendopoli che gli sfollati hanno creato da sé, che monta la rabbia per gli aiuti che non arrivano. La strada davanti all'accampamento, allestito all'interno della scuola Lumiere, è stata sbarrata stamane da una barricata fatta di sassi, pezzi di legno e lamiere. Su una specie di tavolaccio, poi, è stato sistemato il cadavere di un uomo avvolto alla meglio in una coperta. Le auto sono costrette ad arrampicarsi sul ciglio della strada per riuscire a passare lo stesso, ma il macabro blocco stradale su Boulevard Jean Jacques Dessaline vuole essere, soprattutto, un segnale. "Siamo stanchi, abbiamo fame, abbiamo sete e nessuno ci aiuta. Fate qualcosa": questo il messaggio di Pierre Louis Laroche, uno dei capi della protesta.

In effetti, qui intorno, non si vede nessuno, nessuno distribuisce acqua o cibo, nessuno si occupa della gestione delle tendopoli, nessuno sembra preoccuparsi delle condizioni igieniche o sanitarie, che sono pessime, con quintali di rifiuti ammucchiati ai bordi della strada, sulle macerie. Jean Claude Auguste, "un artista", almeno così si presenta, spiega che gli unici aiuti - un po' d'acqua - sono arrivati dal presidente di una squadra di football, poi niente. Invece, abbiamo bisogno di tutto". Qui, insomma, non si tratta di ricostruire le case. Questa fase è davvero molto in là da venire. Si tratta, invece, di distribuire gli aiuti che, a tonnellate, giacciono all'aeroporto. Il problema è che la rabbia della gente monta ogni giorno di più ed anche distribuire casse di acqua diventa un'operazione complessa e ad alto rischio.

Pier Louis, il capopopolo, assicura che loro non arriveranno mai alla violenza, ma è un dato di fatto che a Port-au-Prince i saccheggi e le razzie si fanno ogni sera più numerose. "Le zone più calde - spiega un investigatore del team italiano arrivato sul posto all'indomani del sisma - sono quelle di Martissant, Bolasse e tutta l'area degli ex palazzi del potere ora distrutti: qui il rischio è la sera, quando le gang prendono il sopravvento, ma ci sono altre zone, come la Delmas 19, diventate pericolose anche di giorno. E se l'insofferenza aumenta, sarà sempre peggio". E' quello che la gente di qui ha già capito benissimo. Per questo, lungo le strade, i camion ammassati di persone che se ne vanno dalla capitale del terremoto sono decine, in particolare vanno a Cayes, a sud, dove il sisma non ha fatto danni e non c'é rischio che qualcuno affamato ti assalti.

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