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Il chilometro che fa la differenza tra gli orfani

21 gennaio, 15:24

dell'inviato Marcello Campo

PORT-AU-PRINCE - Il dramma dei bambini abbandonati è un dramma in tutto il mondo. Ma nella Port-au-Prince devastata dal terremoto ci sono orfanotrofi di serie A e di serie C. Nella zona di Petionville, nel Foyer de Sion vivono 16 bambini nella miseria più nera. A un chilometro di distanza, nell'orfanatrofio gestito dalla Chiesa Mormone, sono ospitate un centinaio di persone, moltissimi orfani ma anche alcuni loro parenti. Attorno è l'inferno della tendopoli, dentro ci sono tende vere, medici cibo e acqua a sufficienza.

L'ennesima contraddizione, tra le più stridenti. Nel tugurio del Foyer de Sion ci accoglie sorridente una ragazza, Pascale, che gestisce la casa. E' un'organizzazione haitiana che lavora da anni per aiutare i bambini senza genitori. Quattro addetti hanno perso la vita nel sisma. Il centro è squallido, puzzolente: una casupola di mattoni senza intonaco. Nelle stanze il tanfo della sporcizia è fortissimo. "Non abbiamo nulla da mangiare e da bere, ci serve tutto, anche vestiti, scarpe. Non abbiamo più niente", spiega Pascale. Attorno a lei alcune bimbe, un paio piccoline con le treccine, e una più grande. Ci guardano con curiosità, qualcuna accenna a un sorriso quando i fotografi le inquadrano. L'associazione è haitiana, ci spiega, ma ha forti relazioni con gli Stati Uniti. "Ora ospitiamo 16 bambini. Stamattina - racconta - ne sono andati via da qui 10, tra i 2 e i 12 anni". Saranno adottati da famiglie americane, a Salt Lake city, nello Utah. Foyer de Sion da anni ha una forte relazione con gli Stati Uniti. "Le famiglie vedono le foto dei bambini su internet, li scelgono e partono le pratiche.

Di solito - aggiunge - ci vogliono 2 o 3 anni. Ma dopo il terremoto sono venuti alcuni addetti dell'ambasciata americana e hanno sistemato tutte le carte più rapidamente". Marlene è la bambina più grande. Anche lei vorrebbe partire: "ho visto cose troppo brutte, troppe persone sono morte, voglio andare via", dice con gli occhi sbarrati. Al di là delle condizioni igieniche pessime, della fame e degli stenti, quello che preoccupa di più Pascale è lo shock psicologico che questi bambini hanno subito: "molti di loro non riescono a dormire la notte e piangono spesso senza motivo", ci dice mentre ci accompagna alla porta. Lì vicino bolle un pentolone pieno d' acqua, qualche carota, dei fagioli e un po' di verdura. A cinque minuti troviamo l'orfanatrofio della Chiesa mormone. Al cancello, dipinto di fresco, un paio di volontari con la divisa dell'organizzazione, una maglietta gialla con su scritto, in francese "Chiesa del Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni. I mormoni". Vediamo tende da campeggio colorate, le prime da quando siamo qui.

"Le hanno portate i ragazzi degli aiuti governativi boliviani, scortati dai caschi blu", spiega Harry, il coordinatore della struttura. Hanno scaricato anche pasti caldi, acqua e medicine. Il pavimento è pulito. Dei bambini giocano con macchinette e palloni nuovi. Seduti su alcune sedie, feriti lievi, fasciati e disinfettati. Li hanno curati alcuni medici americani che passano ogni mattina per le visite. Vediamo per la prima volta bambini con i pannolini e magliette nuove addosso ai più grandicelli. Insomma il clima che si respira è di relativa normalità. Una sorta di oasi in mezzo alla disperazione. "Molti ci chiedono di entrare ma non possiamo permetterlo", dice Harry. Qualcuno ci ha provato con la violenza? "No, assolutamente no. Non c'é stato alcun incidente", assicura. Fuori dal cancello, come accade continuamente a Port-au- Prince, una madre lava il figlio neonato con una bacinella d'acqua fetida.

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