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Dalla villa di Ralph il sisma e' lontano

21 gennaio, 15:22

dell'inviato Marcello Campo

PORT-AU-PRINCE - Dalla villa di Ralph, addossata sulla parte rocciosa della zona di Montagne noire, le macerie si perdono all'orizzonte. Sono lontane e impercettibili, così come lontani e quasi impercettibili sono gli effetti del catastrofico terremoto sulla sua vita e quella della sua famiglia. Accanto alla sua splendida casa a tre piani, sorgono le più belle residenze di Port-au-Prince, tra cui anche diverse ambasciate e la sede della Unione Europea. Ralph è un uomo d'affari nel settore dei trasporti, nero, alto quasi due metri e dalla risata contagiosa. E' orgogliosamente haitiano ma conosce bene il mondo. Ha studiato a Londra e a New York, ma poi è tornato in patria dove si è sposato con Fedora e ha avuto tre splendide figlie, la maggiore delle quali studia a Strasburgo.

La strada per arrivare a casa sua è una salita da brivido, lunga qualche chilometro dal centro della città, piena di buche, tortuosa e ripidissima. Basta vedere l'ingresso di casa per capire che Haiti era un posto dalle forti contraddizioni, economiche e sociali anche prima del sisma. Come accade in tutti i sud del mondo, essere molto ricchi qui ad Haiti vuol dire dover vivere sempre stando attento alla propria sicurezza. Da fuori sembra di entrare in una caserma. Accanto a un enorme grande cancello alto almeno quattro metri, c'é una sorta di guardiola dove c'é sempre qualcuno. In alto, sul muro di cinta alto quanto il cancello che circonda tutta la proprietà un grande reticolato di filo spinato. All'interno un ampio cortile, pieno di piante e alberi tropicali. Accanto al generatore di corrente, due enormi parabole che hanno assicurato in questi giorni collegamento internet pressoché continuo.

Dentro casa, moderna e piena di scalini, il sisma non ha lasciato alcuna traccia, tranne alcuni bicchieri ancora rotti e riversi su un lato in una credenza. Dalla terrazza, sul tetto, si vede lontana, a perdita d'occhio la città. Dall'altro lato il classico paesaggio caraibico, verde e lussureggiante. Dalla sera del terremoto il suo ampio cortile è diventato un piccolo campo di rifugiati. Non solo la sua famiglia, ma tanti tra parenti, amici, dipendenti e le loro famiglie, hanno passato le prime notti all'aperto, sotto lo spettacolare cielo pieno di stelle di questa latitudine.

"Voglio che il mondo conosca veramente Haiti, e poi mi piace conoscere persone e culture nuove", disse Ralph accogliendo me e altri giornalisti, appena arrivati da Santo Domingo, a due giorni dalla catastrofe. La mattina, all'alba, ogni giorno dopo il terremoto Ralph ha organizzato gli aiuti, così in prima persona. I suoi camion hanno caricato e scaricato migliaia di litri di acqua, in tutte le zone più colpite di Port-Au-Prince. La moglie, Fedora, anni fa ha creato una fondazione che aiuta i migliori studenti, circa un centinaio, di Cité Soleil, il ghetto più povero e violento della città. Anche lei in questi giorni tumultuosi ha cercato di riprendere i contatti con questi ragazzi, per fortuna tutti salvi. Ci hanno aperto la loro casa e curato come persone di famiglia, aiutandoci anche a svagarci, facendoci dimenticare con lunghe chiacchierate serali cosa avevamo visto lungo tutto il giorno. Cibo e acqua non c'é mai mancato. Solo un paio di volte non abbiamo avuto luce perché mancava il diesel con cui azionare il generatore. Un'oasi in un mare di disperazione. Ralph non ama parlare di politica, ma si percepisce la sua critica all'elite locale.

"Ora dobbiamo ricostruire un paese dalle fondamenta. Dalla tragedia può venire una grande opportunità di rinascita", dice sorridente. Il presidente americano Barack Obama è un suo chiaro punto di riferimento, tuttavia avverte che se Haiti avrà un futuro dovrà evitare l'abbraccio soffocante del gigante americano: "Vorrei che il mio paese si aprisse, soprattutto in questa fase di ricostruzione, a tutta la comunità internazionale, gli Usa ma anche l'Europa. Siamo portatori di una grande cultura, abbiamo sconfitto per primi al mondo la schiavitù. Non vogliamo essere colonizzati di nuovo ". Poi, voltandosi, ci guarda, indica una capra che pascola serena in giardino e dice ridendo: "Vedete, noi siamo diversi dagli americani, loro a casa hanno cani e gatti, noi abbiamo lei".

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