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LE STORIE: parla figlio vittima, mamma uccisa così

13 febbraio, 19:11

 di Mauro Barletta 

TORINO - Era turbato, Nils Liedholm, da quello che l'amianto provocava a Casale Monferrato. "Turbato" dice il nipote Paolo Liedholm, mentre seduto nella maxi aula del Palazzo di Giustizia di Torino, aspetta che il processo Eternit faccia giustizia della morte della mamma che in quella fabbrica, a casale, non ha mai lavorato ma l'amianto - racconta Paolo - l'ha respirato giocando a pallavolo, in un campetto, in città. E di questo, un gentiluomo vecchio stampo come Nils Liedholm - sottolinea il nipote nel giorno della sentenza Eternit - "non riusciva a farsene una ragione. Nn riusciva a concepire che un' intera città venisse avvelenata solo per fare dei profitti".

Dopo una vita di fama, di gloria e successi nel dorato mondo del calcio, Nils - che aveva sposato una nobildonna torinese - era andato a rifugiarsi in un angolino di Piemonte, Cuccaro Monferrato, a una manciata di chilometri da Casale, per occuparsi della sua tenuta vinicola. "Mio nonno - racconta Paolo - amava e rispettava la natura, quella natura che aveva conosciuto da bambino crescendo in un piccolo paese di campagna lassù in Svezia. Aveva una coscienza da ambientalista. E sapere che a Casale c'erano tutti quei problemi lo turbava". All'amianto anche la famiglia Liedholm ha pagato il suo tributo. La mamma di Paolo, Gabriella, la nuora di Nils, fu stroncata da un mesotelioma a 49 anni nel giugno del 2008: oggi il giovane è una delle migliaia di parti civili del processo del Tribunale di Torino contro i vertici della multinazionale. "Era il 2 gennaio del 2007 - ricorda - quando avvertì il primo dolore alla schiena. E chi abita a Casale, purtroppo, sa cosa vuol dire quel mal di schiena. Mia madre si sottopose a tutte le cure migliori. Ma fu inutile". Gabriella non lavorò mai alla Eternit ma, come tanti suoi concittadini, l'amianto lo respirò. Secondo Paolo le accadde 30 anni prima, quando, adolescente, giocava e si allenava a pallavolo in un campetto a Ronzone, vicino alla fabbrica: una zona che, hanno riferito i testimoni, all'epoca era battuta dalla polvere killer. "E' lì - dice Paolo - che inalò le fibre, ne sono certo. E fu lì che venne condannata. Una condanna a morte eseguita con trent'anni di ritardo. Dopo una malattia che nella fase terminale è di una crudeltà indicibile". Nonno Nils non c'é più: è morto a 85 anni nel novembre del 2007, pochi mesi prima della nuora che ormai da tempo stava già combattendo con il male. "E per lei - afferma ancora Paolo - fu un colpo bruttissimo. Credo che si sia aggravata anche a causa del lutto". Paolo, che ha 23 anni, oggi studia giurisprudenza a Milano mentre il papà Carlo continua il lavoro di Nils nella tenuta. Dai giudici, oggi, ha ottenuto il diritto a un risarcimento di 30 mila euro.

                                                                                       OPERAIO IN TUTA, NEL MIO REPARTO DA 30 RIMASTI 2

TORINO - "35.000 euro non servono a nulla, neppure a curarsi, certo non cambiano la mia vita di una virgola, ho l'asbestosi da 20 anni e l'unica cosa che posso fare é sperare di morire il più tardi possibile": lo ha detto Pietro Condello, operaio Eternit per 15 anni, dal 1966 al 1983, oggi in Tribunale a Torino per ascoltare la sentenza del processo i diregenti la sua fabbrica.

Condello era vestito con la sua tuta blu dell'Eternit, indossata, come in una sorta di rituale, in tutte le altre 66 udienze del processo fino a oggi. "Tanto - ha detto Condello - questa tuta io non me la dimenticherò mai. Nel mio reparto lavoravamo un tipo speciale di amianto blu che arrivava dall'estero e dicono che fosse tra i più pericolosi. Eravamo in 30 - ha concluso - siamo rimasti in due. Oggi qui ho sentito tutti i nomi dei miei 28 colleghi morti. Terribile!"

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