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Asili nido: Italia indietro, Nord Europa al top

27 ottobre, 17:08
Un asilo, foto archivio
Un asilo, foto archivio
Asili nido: Italia indietro, Nord Europa al top

di Enrica Di Battista

Mandare un figlio all'asilo nido? In Italia, come fa capire l'indagine di Cittadinanzattiva, e' ancora un terno al lotto: liste di attesa, rette spesso care, poche strutture e, a Roma, la protesta per l'aumentato numero di bimbi in rapporto alle insegnanti. Ma all'estero qual e' l'offerta? Non sempre migliore di quella italiana. Ma in testa alle classifiche OCSE e' sempre il Nord Europa, all'avanguardia nei servizi all'infanzia come nell'occupazione femminile.

I nidi, come ricordano gli analisti, sono necessari all'economia stessa: piu' donne sono occupate, maggiore e' la produttivita' e il Pil cresce. Eppure nelle grandi citta' come Roma molti genitori rinunciano in partenza al nido. Una mamma disoccupata, ad esempio, avra' un punteggio basso in graduatoria. ''Se sto a casa con mio figlio - e' la domanda che si fanno allora in molti -, come faccio a trovare lavoro?''. C'e' poi chi il lavoro lo aveva ed e' costretto a rinunciarvi (quasi sempre le madri).

Non a caso l'Italia ha un tasso di occupazione femminile tra i piu' bassi dell'Ue (46,3% secondo Bankitalia). Palazzo Koch stima che se si raggiungesse l'obiettivo europeo del 60%, il Pil potrebbe aumentare del 7%. A proposito di rette: in Finlandia, Norvegia e Svezia i nidi sono largamente finanziati. Lo Stato in Italia quanto spende? Secondo l'Istat circa lo 0,15% del Pil. Ma non e' solo la crisi a complicare il quadro: i tagli agli Enti Locali, ricordano i sindacati, ricadono anche sull'infanzia. Inoltre il Piano nidi introdotto nel 2007 dal governo Prodi non e' stato rifinanziato.

La legge nazionale di riferimento ha 40 anni: e' la 1044 del 1971, la stessa che istitui' gli asili nido. Nel 1972/76 si sarebbero dovuti aprire 3.800 nidi pubblici. Fino al 1983 ne sono stati aperti 1.388; al 2007 ne sono stati aperti 3.184, secondo Cittadinanzattiva.

Ma cuore del problema e' il personale dei nidi: le educatrici, spesso storiche precarie che lavorano anche con incarichi giornalieri (''senza malattia, altrimenti si perde il posto, senza tfr, senza ferie'') e perfino con part-time di tre ore, afferma Caterina Fida (Usb). A Roma ''si rischiano centinaia di esuberi - prosegue la sindacalista - per la legge regionale 12/2011 che prevede un nuovo rapporto 1:7 tra insegnante e bimbi. Ma questo ''e' solo virtuale. Vi sono situazioni - spiega - in cui una educatrice puo' trovarsi da sola con 15 bimbi piccoli''. E se altre regioni (Toscana ed Emilia-Romagna) hanno anche un rapporto di 1:8 ''spesso si tratta di errori delle amministrazioni di centrosinistra''.

Nel 2002 l'Ue aveva posto come obiettivo entro il 2010 quello di avere asili per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni. Nonostante l'ampliamento dell'offerta, ''la domanda soddisfatta e' dell'11,3%, ancora limitata'', dice l'Istat.

Insomma, cosa fa in Italia chi non puo' permettersi una baby sitter o il nido privato? Usa la rete familiare: nonni, amici o vicini di casa. Ci sono poi i 'nidi famiglia', spesso con contributi comunali o regionali, ma nel 2009/2010 ne ha usufruito solo il 2,3% dei bambini. Pochi i nidi aziendali, ci sarebbe l'alternativa delle tagesmutter (dal tedesco 'mamme di giorno'), che ospitano a casa propria un mini-asilo. In Italia e' un servizio poco diffuso rispetto al Nord Europa. A Roma Casa Nido e' la loro rete di coordinamento: dal 2010 la sovvenzione regionale e' stata tagliata; le poche tagesmutter rimaste lavorano con le rette private.

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