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Zani: in cella ho avuto paura, poco il cibo

Parla piu' giovane attivisti italiani, isolamento impressionante

03 giugno, 12:25

ROMA - "Ora voglio solo recuperare la mia attrezzatura e farmi una doccia". Dopo le ultime 48 ore trascorse in una cella nel carcere italiano di Beer Sheeva e una settimana passata a bordo di una delle navi del convoglio Free Gaza, culminata con un sanguinoso blitz delle forze israeliane, sono questi i due desideri di Manuel Zani, uno dei cinque italiani rientrati nella notte a Istanbul, appena rientrato in Italia. Videomaker per passione, tecnico del suono per lavoro, sull'aereo che lo ha riportato a Roma, Manuel ha voluto raccontare la sua esperienza all'ANSA. Prima di tutto quella in cella: "Dividevo una stanza di tre metri per cinque con Manolo (Luppichini).

Una cella ancora non finita visto che il carcere in cui ci hanno messo è stato costruito da poco - racconta il più giovane degli italiani arrestati dopo il blitz - una cella ancora con lo scotch lungo le pareti e l'intonaco sul gabinetto. Mi ricordo che faceva molto caldo e per rinfrescarci avevamo un ventilatore". Manuel insieme con le altre centinaia di attivisti detenuti nello stesso carcere ha trascorso più di due giorni senza poter telefonare a casa né ad un avvocato. Racconta di non aver subito violenze ma qualche intimidazione da parte delle forze di polizia israeliane. "Non potendo avere coltelli per tagliare siamo stati costretti a mangiare carote, frutta e verdura con la buccia. Oltretutto le quantità di cibo erano molto esegue e ogni sera almeno 15 persone rimanevano senza cena". Prima della cella c'é stata però la settimana trascorsa a bordo della nave 8000 "una settimana di grande armonia tra giornalisti e attivisti, poi è arrivato il blitz dell'esercito israeliano. Manuel ha visto i soldati usare fucili paintball, bombe assordanti e laser. Ma i momenti di più grande tensione ci sono stati quando loro si sono chiusi dentro la cabina di pilotaggio cercando di resistere alla sfondamento delle forze israeliane. Per fortuna diversamente da quanto accaduto sulla nave Navi Marmara non ci sono stati morti "noi abbiamo fatto - racconta Manuel - un tipo di resistenza diverso".

Più che l'aggressione a Manuel ha fatto impressione la prigione. "L'isolamento, la mancanza di libertà, l'impossibilità di chiamare casa" racconta Manuel. La prima telefonata al padre, alla madre alla sorella e al fratello, il videomaker l'ha potuta fare solo ieri sera dopo oltre cinque giorni. Ma domenica lo aspetta un'accoglienza calorosa a Lungiano in provincia di Cesena. "Mia madre sicuramente cucinerà qualcosa di speciale". Nonostante questa dura esperienza Manuel è deciso a proseguire il suo lavoro di documentarista: "Credo molto nel fare l'informazione piuttosto che subirla, per questo mi piace andare nei luoghi". 

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