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LA GIORNATA POLITICA

22 novembre, 21:09

Di Pierfrancesco Frere'

La "sindrome Prodi" condiziona governo e opposizione. Silvio Berlusconi, da una parte, non ha intenzione di giocarsi la legislatura al pallottoliere ma è tentato di inseguire la fiducia alla Camera, sia pure risicata, perché ciò costituirebbe comunque una devastante sconfitta per il "terzo polo" di Fini e Casini. Ciò spiega, per usare le parole di Nichi Vendola, i "funanbolismi" del leader Udc. Il centrosinistra, dall'altra, spera di assestare a metà dicembre la spallata decisiva al Cavaliere, ma è consapevole che una vittoria di misura a Montecitorio e una sconfitta al Senato dimostrerebbero la debolezza del progetto di un governo tecnico o di transizione che avrebbe pressapoco gli stessi voti dell' attuale esecutivo.

Difficilmente il capo dello Stato potrebbe ritenerlo una prospettiva realistica. Ne deriva che l'impasse avvicina concretamente l'ombra delle elezioni anticipate. Proprio ciò che le parti sociali e molte forze politiche non vogliono alla luce del grave momento economico internazionale: una crisi potrebbe concentrare sul nostro Paese gli attacchi della speculazione. Ma se si guarda oltre la nebbia delle polemiche spicciole, si percepisce qualche segnale di disgelo: la proposta di Casini di un armistizio non ha forse reali possibilità di essere accettata dal Pdl perché, come osserva Marco Follini, chiede in realtà a Berlusconi di essere un po' meno Berlusconi; ma è comunque la dimostrazione di un cambio di strategia (Formigoni). A ben vedere, l'irritazione del Pd per la sortita del capo dei centristi sembra giustificata: difficile credere a un semplice tatticismo se crea confusione nell'opinione pubblica e nella stessa sinistra.

Più probabilmente Casini accetta di aprire quel dialogo cercato ostinatamente da Berlusconi negli ultimi mesi; non sembra un caso nemmeno che l'apertura coincida con la frenata di Fini nel duello con il Cavaliere per la guida del centrodestra, e con le violente polemiche che in Sicilia stanno incrinando il "laboratorio Lombardo". In questo scenario la lite sul simbolo del Pdl, con toni che Sandro Bondi giudica da condominio, appare periferica rispetto al vero nodo della questione: non ha torto infatti il ministro Rotondi nel ricordare che alla fine i voti li porta Berlusconi e non il simbolo del partito (al quale per di più si sta pensando di cambiare nome). L'epicentro del confronto è dunque un altro: il posizionamento dell'ipotetico terzo polo. Alleato della destra o della sinistra? L'interrogativo non esclude lo sbocco delle elezioni anticipate ma getta già un'occhiata al dopo, perché con qualsiasi legge elettorale - alla luce degli attuali sondaggi - il nuovo centro finirebbe per risultare determinante.

Questo è uno dei motivi che inducono la Lega a spingere per il ritorno immediato alle urne, anche nel caso il governo dovesse incassare il 14 dicembre una doppia fiducia: il Carroccio non vuole dare tempo di dispiegarsi alle manovre centriste e preferisce scommettere sull'asse del Nord quale motore dell'alleanza, e sulle capacità di trascinatore del premier che ha già saputo rovesciare le previsioni nel 2006 e nel 2008. Ma per seguire questo copione il centrodestra dovrebbe mostrare una compattezza che invece non ha. Il caso Carfagna è lì a dimostrarlo. Berlusconi ha difficoltà a riportare la pace e gli è impossibile parteggiare per l'uno o per l'altro: il che é strano per un partito apparentemente monocratico ma in realtà percorso dalle lotte intestine dei maggiorenti.

Eppure per il Cavaliere si tratta di un fatto vitale se vuole mantenere il rapporto con Umberto Bossi su un piano di parità e difendere la credibilità della vocazione maggioritaria del centrodestra. Quanto al Pd, le ultime sortite di Casini hanno creato un clima di incertezza: la sensazione è quella di aver fatto i portatori d'acqua a un disegno diverso da quello iniziale. Anche la disponibilità manifestata dai radicali al dialogo con il premier ha seminato malessere: Emma Bonino dice che non è una trattativa ma ai più sfugge il senso di questa sottile distinzione. Walter Veltroni avverte che, avanti di questo passo, si perderà il senso della novità del bipolarismo per tornare alla vecchie pratiche della prima repubblica.
pierfrancesco.frere@ansa.it

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