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Sul bus in fuga, tante storie di dolore

Da Port-au-Prince a Santo Domingo, in cerca di un futuro

21 gennaio, 18:16
Superstiti del terremoto di Haiti
Superstiti del terremoto di Haiti
Sul bus in fuga, tante storie di dolore

di Marcello Campo

PORT-AU-PRINCE - Chi può scappa dal dramma di Port-au-Prince. Chi ha parenti all'estero, da giorni fa lunghe file fuori dalle ambasciate nella speranza di ottenere il visto per raggiungerli. Code che a volte si trasformano in veri accampamenti, soprattutto fuori dalla sede diplomatica americana e canadese, che appesantiscono il traffico già caotico della città. C'é poi chi si rifugia nella vicina Repubblica Dominicana. Per raggiungere la capitale Santo Domingo basta salire sui tantissimi bus di linea, le cui corse si sono duplicate dal giorno del sisma, facendo fare affari d'oro alle varie compagnie. Bastano 50 dollari per abbandonare l'incubo di fame, sete e stenti di Port-au-prince.

Una cifra che comunque non tutti si possono permettere nella poverissima Haiti. Ma al di là del costo del biglietto, lasciare la capitale per tanti vuol dire vivere il trauma di dividere le proprie famiglie, lasciare i propri cari superstiti, o vittime scomparse tra le macerie che non avranno nemmeno sepoltura, se non nelle fosse comuni. Sul bus gran turismo della compagnia Terra Bus, aria condizionata e bagno a bordo, ieri mattina la tensione era palpabile. Poche ore prima un'altra scossa molto violenta aveva provocato nuovo panico tra i disperati della città. Nonni con bambini piccoli, giovani coppie, anziani claudicanti e qualche ferito lieve, faceva ordinatamente la fila alla biglietteria.

Ma i loro visi erano tesi e scuri. Davanti alla porta del bus il drammatico momento dell'addio. A tanti sono venuti gli occhi lucidi, mentre salutavano i parenti che rimanevano per cercare di tentare di rimettere in piedi famiglie distrutte. Marlene, una bimba di 7 anni, viaggia assieme alla nonna Mary. La loro casa è caduta a pezzi e dal pomeriggio del sisma dormono a casa di amici. I loro vestiti puliti e curati ci dicono che appartengono alla ristretta fascia della borghesia haitiana. Marlene lascia i genitori e una sorella più grande per raggiungere con la nonna alcuni cugini nella Repubblica Dominicana.

"Abbiamo cercato di tirare avanti - racconta la signora - ma dopo la scossa di stamattina anche la nostra nuova casa si è lesionata, così abbiamo deciso che era troppo pericoloso lasciare la bambina qui, in questo inferno". Un'altra signora più anziana, mentre il bus attraversa la periferia est della città, lancia un urlo soffocato di dolore, quindi si mette a singhiozzare senza riuscire a fermarsi. Subito accorrono alcuni vicini, le portano dell'acqua e cercano di confortarla dimostrando ancora una volta la solidarietà di cui questa gente è capace. Più tardi, scopriamo che il bus è passato proprio dalla strada della sua abitazione, oggi ridotta ad un cumulo di macerie, quando l'emozione l'ha sopraffatta. Una coppia di giovani, sposati proprio una settimana prima del sisma, si stringe per farsi coraggio. Nella loro città, mi raccontano, non vedono più alcuna prospettiva per il futuro. E' mentre mi parlano, la voce della ragazza si rompe in un pianto di dolore. Anche loro hanno lasciato amici e parenti pur di farsi una vita nuova.

Dopo 8 ore di viaggio, il bus parcheggia al centro di Santo Domingo. Ognuno raccoglie i propri bagagli e, uno dopo l'altro si disperde in quella che da oggi sarà la loro nuova città. E' sera, c'é buio, ma la strada è illuminata e ci sono locali ancora aperti. Una luce che ormai da una settimana nessuno di loro vedeva nelle notti stellate di Port-au-Pince.

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