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La strada per l'inferno di Port-au-Prince

Dalla frontiera 6 ore per 60 chilometri tra miseria e tragedie

15 gennaio, 21:50

dell'inviato Marcello Campo

PORT-AU-PRINCE - "El hombre, no Dios, tiene la culpa". Rafael, la nostra guida dominicana nella traversata dalla frontiera di Jimani all'inferno di Port-au-Prince a stento trattiene le lacrime. E' nato a Santo Domingo ma ha vissuto per tanti anni nella capitale haitiana, e oggi, per la prima volta, rivede la città della sua giovinezza in macerie. Ha lasciato una figlia, la più piccola, di 7 anni, a casa della zia e di loro non ha alcuna notizia dal giorno del terremoto. E dà la colpa agli uomini e non a Dio per quello che è successo. Passiamo il varco all'alba subito dopo la macchina del comandante delle forze armate dominicane e i suoi uomini armati a scorta di un convoglio di aiuti. La mattina è bellissima, limpida. Varcata la frontiera, sul fronte haitiano un ufficiale ci chiede di scrivergli su un foglietto il nostro nome, quello della testata e il numero di passaporto.

"Mi raccomando - ci ammonisce - state in gruppo. Andate verso un vero disastro. Lì avrete bisogno di tutto. Cibo, acqua e ogni cosa. Siate prudenti. Le carceri sono crollate e ci sono migliaia di delinquenti in giro per la città". Si parte, già dai primi chilometri ci accorgiamo della differenza: la strada ad Haiti è a pezzi. Buche e sassi dappertutto che obbligano a guidare a passo d'uomo. "Qui il terremoto non c'entra niente", scherza Rafael. E in effetti fino a pochi mesi fa la strada era accettabile. A renderla un percorso di guerra ci ha pensato Noel, il peggiore dei quattro uragani che nel 2008 hanno messo l'isola in ginocchio.

Il paesaggio resta però suggestivo, quasi lunare: da un lato le acque limpide del lago Asufre, dall'altro le imponenti cave di sabbia bianca. Qualcuno ancora ci sta lavorando. E' da queste montagne candide che gli haitiani estraggono il "cheliche", la sabbia bianca con cui, violando ogni regola di legge e di buon senso, da anni si tirano su palazzi nella capitale. Sarà la stessa sabbia che al termine della lunga traversata, sei ore per soli 60 chilometri, troviamo sparsa sulle macerie di morte della città. Sulla corsia opposta avanzano solo ambulanze e piccoli camion stracarichi di superstiti che cercano di varcare la frontiera per un po' d'acqua e un po' di benzina. Sui lati delle strade, prima poche poi sempre più numerose, tante persone, bambini, vecchi, donne, tutti alla ricerca di acqua, la vera emergenza di questi primi giorni dopo il sisma. Nella campagna spuntano le prime casupole, più baracche che abitazioni. In mezzo tanta miseria, gente che cucina per strada, spesso scalza o con quattro stracci addosso, circondata da pecore, asini, capre allo stato brado. Ormai sono abituati alle macchine dei giornalisti e non alzano più lo sguardo. Qualcuno accenna la richiesta di un passaggio ma senza tanta convinzione. A metà strada compaiono le prime tracce della tragedia. Qualche detrito ma poi le case sbriciolate.

All'improvviso la marcia si blocca: siamo alla periferia della capitale. Il traffico è impressionante. Tutti si agitano e vogliono passare. In quattro su una motocicletta, in 50 su una camionetta. A ogni benzinaio si forma una fila che blocca il passaggio. La gente non ha niente da perdere e spesso si butta con i loro rottami di macchina in ogni spazio disponibile. E' il caos che ci accompagna fino alla città e con l'aumento della confusione si delineano le dimensioni della catastrofe. Entrando a Port-au-Prince non ci sono cadaveri per strada, ma feriti sì e tanti, buttati su porte divelte a mò di barella. La puzza è impressionante, più di spazzatura bruciata che di morte. Scorgiamo lunghissime file davanti all'ambasciata americana, rimasta intatta. Sono i tanti haitiani che cercano di raggiungere i loro parenti negli States. Negli occhi delle persone la stanchezza e la rassegnazione, dopo giorni di stenti, sembra sconfiggere la loro rabbia. Tuttavia, basta un incrocio un po' affollato e qualche screzio per capire che la tensione in città è tanta e rischia di scoppiare da un momento all'altro.

Masse di gente vagano ossessivamente, apparentemente senza meta. Ma qualche segnale di ripresa sembra timidamente emergere. Ai lati delle tante tendopoli improvvisate, dove la gente passa la notte al fianco dei loro cari sepolti dalle macerie, nascono piccoli mercatini. Vendono di tutto, qualche frutto, qualche patata e un po' di verdura. A fianco della centrale di polizia, dove termina il nostro viaggio, alcuni bimbi si divertono a schizzarsi l'acqua che esce da un tubo rotto sull'asfalto. Un pizzico di normalità, un gesto di vita e di gioia in mezzo al dolore e alla morte.

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