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La cronaca del disastro e il processo

Restano dolore e rabbia, e la valle è cambiata

28 settembre, 21:19
La cronaca del disastro e il processo

di Michele Galvan

LONGARONE (BELLUNO) - Mezzo secolo non è bastato a guarire le ferite del Vajont. Cinquant'anni dopo l'enorme onda provocata dalla frana del monte Toc - con la colpevole complicità degli uomini - il dolore e la rabbia vivono ancora nei superstiti (meno di un centinaio) di quella strage: 1.910 morti, 460 dei quali bambini sotto i 15 anni. Ma Longarone e la valle del Piave, fatta la tara del tempo trascorso, non sono più le stesse. Così come gli altri piccoli comuni sfregiati dal mostro d'acqua quel 9 ottobre 1963: Erto Casso, Castellavazzo sono divenuti paesi fantasma, pieni di finestre sbarrate. Longarone è stata rifatta a forza di cemento armato, sovradimensionata in alcune strutture. Del passato è rimasto in piedi il bel palazzo del municipio, il solitario campanile di Pirago e qualche casa a nord dell'abitato. I giovani, specie quelli nati da famiglie giunte qui dopo il disastro, con i benefici economici della ricostruzione, non sentono la presenza della diga. Vivono quasi con disagio il marchio del Vajont.

"Basta con 'sto Vajont, non sarebbe tempo di finirla?" rispondono. Eppure è impossibile non guardarla la diga, arrivando a Longarone. In mezzo alla gola strettissima lo scudo grigio di cemento è sempre lì, beffardo, simbolo d'una tragedia che non fu "naturale", come frettolosamente si scrisse allora, ma un "disastro industriale", com'è unanimemente riconosciuto oggi. Mezzo secolo dopo è arrivata anche la verità (prima nascosta) dei geologi: "la tragedia fu un errore di valutazione di uomini di scienza e uomini dello Stato" ha detto il loro presidente, Gian Vito Graziano.

La rabbia amara dei superstiti è dovuta anche al fatto che, nonostante la transazione di 77 miliardi di lire per i danni morali e materiali pagata nel 2000 dallo Stato - in quota parte con Enel e Montedison - nessuno aveva chiesto scusa. Lo ha fatto ora a nome del Governo il ministro Andrea Orlando, insieme al prefetto Franco Gabrielli, giunti qui per la tre giorni della Protezione civile. "Un momento storico, un passo verso una riconciliazione, perché la comunità si aspettava le scuse dallo Stato" ha commentato il giovane sindaco di Longarone, Roberto Padrin. Ma i sopravvissuti non la pensano tutti così. "Le scuse dello Stato dopo tutto questo tempo non posso accettarle - spiega Viviana Vazza, che all'epoca aveva 16 anni - Lo sapevano che incombeva il pericolo della frana, che non dormivamo dalla paura già molto prima dell'ottobre '63. Chi ha permesso che si arrivasse a quella notte ha distrutto la vita di 2.000 persone". Già, i morti: oggi allineati con i loro nomi sotto cippi bianchi tutti uguali nel cimitero monumentale di Fortogna, anche chi non è stato mai trovato.

Tra gli scampati c'è chi pensa che non si sia veramente provato a recuperare le 450 vittime mancanti all'appello, scavando sul greto del torrente Maè, dove potrebbero trovarsi i morti di Longarone, o a monte della diga, dove dovrebbero essere finite le 158 vittime di Erto Casso. "Millenovecento? 2mila? Più 2mila? Si può scrivere ciò che si vuole, nessuno sa per certo quanta gente ha portato via l'onda" dice con tono inespressivo Micaela Coletti, una dei pochi sopravvissuti del Vajont: persone cioè salvate da sotto il fango e le macerie, che nel '63 hanno perso tutto, affetti e beni materiali. Micaela guida il Comitato 'sopravvissuti Vajont'. La addolora soprattutto quanto successe nel dopo-Vajont, quando l'allora presidente del Consiglio Giovanni Leone, divenuto poi l'avvocato della Sade-Enel, scovò il codicillo della legge sulla "commorienza" (i casi di morte contemporanea dei genitori e uno dei figli) che permise di non risarcire i parenti di circa 600 morti.

Ma anche la ricostruzione economica, con gli incentivi e la detassazione garantite dalla legge Vajont, in vigore fino a 10 anni fa. Consentì, è vero, la nascita delle aree industriali da cui la valle del Piave si è rialzata, ma fu sfruttata da aziende e privati che pur non avendo perso niente nella disgrazia si fecero avanti - lecitamente - acquistando anche a 50 mila lire le licenze commerciali (e il diritto ai finanziamenti) dai superstiti che non volevano più saperne di quella terra 'maledetta'. Un mondo - vallate, ruscelli, paesi - che la frana apocalittica staccatasi dal Toc alle 22.39 del 9 ottobre 1963 aveva capovolto. Poco ore dopo il disastro il responsabile delle costruzioni idrauliche della Sade, Alberico Biadene, mandò questo cablogramma al direttore dei lavori, Mario Pancini (suicidatosi nel 1968): "Improvviso crollo enorme frana ha provocato tracimazione diga Vajont, con gravi danni Longarone. stop. Diga ha resistito bene. Biadene".

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