Percorso:ANSA.it > Photostory Primopiano > News
Gli obiettivi politici dell'attentato

PALERMO - Rispondeva a una finalità "politica" la strategia che scatenò l'attacco di Cosa nostra culminata con le stragi del 1992. Il senso di quel piano di morte è dato dalle parole che Totò Riina avrebbe usato nel vertice della cupola in cui furono decisi delitti e attentati: "Bisogna fare prima la guerra per fare poi la pace". La testimonianza di Giovanni Brusca viene accolta dalla Cassazione che, dopo sette processi, ha confermato le condanne dei vertici di Cosa nostra per la strage di Capaci. Ma in quelle pagine non si trova tutta la verità. Restano nell'ombra una parte delle responsabilità operative, che il pentito Gaspare Spatuzza sta facendo emergere, e soprattutto il ruolo di apparati investigativi e pezzi dello Stato che avrebbero tenuto aperto un canale di "dialogo" con i boss offrendo una copertura in vista di una tregua. Questo è il campo inesplorato nel quale si stanno inoltrando le nuove indagini sulla morte di Giovanni Falcone che incrociano quelle sulla "trattativa".

La Procura di Caltanissetta ha riaperto l'inchiesta sulla strage per ricostruirne sia il contesto sia i legami con la catena di attentati cominciata con le bombe dell'Addaura del 20 giugno 1989 e proseguita con l' uccisione dell'on. Salvo Lima, Capaci, via D'Amelio, l'uccisione di Ignazio Salvo (15 settembre 1992), l'attentato a Maurizio Costanzo, le bombe di Firenze e di Milano. Ma c'erano, scrivono i giudici della Cassazione, "analoghi progetti riguardanti vari uomini politici e magistrati". Il livello operativo della strage di Capaci è stato sufficientemente chiarito sin dal primo processo concluso il 26 settembre 1997 con 24 ergastoli e pene inferiori per i collaboratori Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Gioacchino La Barbera, Calogero Ganci e Mario Santo Di Matteo. In appello si aggiunsero altre cinque ergastoli ma dopo due annullamenti seguiti da altri due giudizi di appello la Cassazione chiuse i filoni processuali per la strage di Capaci il 16 settembre 2008. Resta accertata la responsabilità di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Francesco e Giuseppe Madonia, Pippo Calò, Pietro Aglieri e degli altri componenti della "cupola". Da un anno Gaspare Spatuzza sta offrendo ulteriori elementi sulla preparazione e sull'organizzazione dell' attentato. Ma soprattutto sull'esplosivo che, su incarico di Alfonso "Fifetto" Cannella, avrebbe recuperato a Porticello, vicino a Palermo, da fusti legati alle paratie di un peschereccio.

L'utilizzo dell'esplosivo venne deciso come variante spettacolare di un piano che all'inizio prevedeva l' uccisione di Falcone a Roma. Ne ha parlato l'ultimo pentito Fabio Tranchina che sa molte cose anche sull'attentato di via D'Amelio. Il "gruppo di fuoco" che doveva eliminare Falcone era partito dalla Sicilia su un corteo di auto guidato dal boss Matteo Messina Denaro, non ancora latitante. "Ma all'improvviso - ha raccontato Tranchina - giunse l'ordine di tornare indietro. Bisognava uccidere Falcone a Palermo in modo eclatante". In quel momento agli strateghi di Cosa nostra l'inferno sull' autostrada appariva come il passaggio cruciale del grande ricatto allo Stato. Serviva ad alzare il prezzo della "trattativa" che, secondo quanto ipotizzano i magistrati di Palermo e di Caltanissetta, era già stata avviata. Ma chi teneva i fili di quel "dialogo" non aveva fatto i conti con Paolo Borsellino: aveva avuto una precisa percezione di quanto si stava tramando e per questo appariva turbato con i colleghi ma anche con la moglie. Era ormai diventato un ostacolo scomodo e pericoloso per tutti. Per questo la sua eliminazione, che pure rientrava nella strategia "bellica" più generale, venne accelerata.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA