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Ultimi scatti da Hasankeyf, perla turca dai giorni contati

Diecimila anni di storia presto sott'acqua della diga di Ilisu

27 agosto, 18:00

(di Federico Del Prete) (ANSA) - HASANKEYF (TURCHIA), 25 AGO - Diecimila anni di storia con una data di scadenza. Hasankeyf, perla della Turchia sud orientale, ai margini del Kurdistan, è una 'dead city walking'. Da più di un decennio, infatti, questa incantevole cittadina sul fiume Tigri vive sotto la minaccia della diga di Ilisu: un progetto faraonico che quando sarà completato manderà sott'acqua l'intero borgo e i suoi monumenti, risparmiando forse solo la punta del minareto della moschea di El Rizk, che risale al 1400 e, si dice, conservi le iscrizioni di tutti i 99 modi con cui viene chiamato Allah. Visitare Hasankeyf diventa così un'esperienza per gli occhi e per l'anima. Il paese, un tempo crocevia fondamentale dei traffici lungo la via della Seta, presenta tracce di una decina di dominazioni: ittiti, romani, ottomani, selgiuchidi su tutti.
    Il Tigri la taglia a metà (da un lato gli arabi, dall'altro i curdi), adagiandosi su una vertiginosa e spettacolare gola di roccia che ospita la vecchia cittadella. Era aperta al pubblico fino a un paio di anni fa, mentre oggi è chiusa (ma scavalcando la debole recinzione, la si può visitare a dispetto delle prescrizioni) per non precisati motivi di precauzione. Un altro duro colpo a una comunità che vive con dignità il proprio non futuro. A fianco del nuovo ponte sul Tigri, i resti di quello eretto nel 1116 dal sultano artuqide Fahrettin Karaaslan rendono l'idea dell'importanza rivestita un tempo dalla città: oggi, su uno dei pilastri, qualcuno ha costruito la propria casa, mentre un altro è alle prese con lavori di restauro che nessuno riesce a spiegarsi.
    Immerso in questo scenario e avvolti dalla fioca luce riflessa da questa terra brulla e arida, resistono a fatica gli altri monumenti: le cave, abitate come in Cappadocia fino a pochi decenni fa, il mausoleo di Zeynel Bey, attorno al quale pascolano capre e pecore a caccia di un po' di ombra, la tomba di Abdullah Imam e il minareto della moschea del sultano ayyubbide Suleimano. Tutto è destinato a finire sott'acqua: date certe non ce ne sono, ma il progetto della diga, finanziato inizialmente anche da aziende italiane, dopo un primo stop nel 2008 è ripartito ed oggi è completato per l'80%. L'acqua, in questa zona dell'Anatolia, è fondamentale. Un centinaio di chilometri più a ovest, la diga di Ataturk ha radicalmente modificato le condizioni economiche e naturali dell'area intorno a Urfa, la città di Abramo: i contadini che un tempo vivevano nelle capanne e d'estate dormivano all'aperto su baldacchini azzurri per confondere gli scorpioni, oggi si possono permettere moderne abitazioni con l'aria condizionata. Il problema è che l'ecosistema è andato in tilt ed è comparsa persino la malaria. Negli ultimi anni, Hasankeyf (ma sono oltre 200 i siti archeologici minacciati dalla diga di Ilisu) ha attirato l'attenzione di organizzazioni e associazioni. Sono nate in tutto il mondo petizioni e iniziative per cercare di salvarla e il Governo turco ha provato a rassicurare gli abitanti, proponendo loro costosissimi appartamenti sulla collina poco lontano. La stragrande maggioranza ha rifiutato: chi è nato e cresciuto ad Hasankeyf ha scelto per ora di restare, cercando di sfruttare il più possibile l'insolita ondata di popolarità che sta portando ondate di turisti turchi e non solo a visitare la perla con i giorni contati. Dignità e orgoglio, ma anche e soprattutto rassegnazione: in molti, senza alternative, hanno accettato di lavorare per la diga che sommergerà il proprio paese e oggi, tra i tavoli dei ristoranti dove si mangia con i piedi a mollo nel fiume e dietro le bancarelle dei souvenir, si vive alla giornata, con la speranza che lo spirito che ha consentito a Hasankeyf di sopravvivere a saccheggi e dominazioni, riesca a far superare anche la prova più difficile di oltre diecimila anni di storia.
    (ANSA).
   

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