Ad Maiora in Libia! Lo credono aereo turco

Una storia di mare finita male

Responsabilità editoriale Saily.it

Il trimarano Ad Maiora, abbandonato e naufragato durante la Rolex Middle Sea Race, è stato ritrovato su una spiaggia vicino Bengasi (Libia) dopo 3 mesi, e scambiato per un aereo da guerra turco! La barca è distrutta e "spogliata" di tutte le attrezzature. L'armatore e skipper Bruno Cardile: "Sciacalli in azione. Dolore nel cuore a vedere la barca così. Ora guardiamo avanti". Gli interrogativi aperti

 

La storia gloriosa di un trimarano che ha fatto epoca, battuto record, girato il mondo e trangugiato oceani a sorsi, si è chiusa con un finale amarissimo e oscuro, affogata nelle insidie naturali e umane dell'indifo Mediterraneo. Prima il naufragio in regata, poi l'abbandono, le inutili ricerche, una sparizione quasi inspiegabile. Infine i primi segni di ritrovamento, e alla fine il "cadavere" rinvenuto su una spiaggia di guerra, off-limits, in condizioni che si commentano da sole, spogliato di tutto, abusato a lungo, oltraggiato.

Una orribile fine che ha portato nel giorno dell’Epifania (c'è chi ironizza su quanto indicata sia stata la data) un poliziotto libico a ritrovare quello che resta di Ad Maiora su una spiaggia vicino Bengasi, in zona di guerra e migrazioni, area deserta e pericolosa, dove non a caso è stato scambiato da qualcuno per un aereo da guerra turco! L'ultima violenza a una barca a vela che ha raccontato passioni e pace interiore.

Le foto, vagamente macabre, testimoniano le condizioni del ritrovamento. Il comunicato del team Ad Maiora descrive: "Senza più scafi laterali, lo scafo centrale, con le traverse ridotte ormai a 4 miseri monconi, si è spiaggiato spezzando il timone. Parte della poppa è stata portata via durante qualche burrasca lungo le oltre 600 miglia percorse alla deriva dal luogo in cui Ad Maiora si è ritirato dalla regata."

Sempre il comunicato ribadisce quelle che sono ormai certezze più che supposizioni: "Dopo il ritiro e prima del programmato recupero, la barca è stata presa d’assalto dagli sciacalli, che hanno portato via letteralmente tutto, inclusi winch, cordame e perfino il WC elettrico. Nulla più era rimasto a bordo e sono stati lasciati aperti o spaccati tutti gli oblò per farla affondare."

Una ricostruzione che lascia però aperta una domanda: perchè Ad Maiora non è affondata definitivamente? Evidentemente la vetroresina ha mantenuto a galla quel che restava della struttura, senza pesi sufficienti a farla scendere sul fondo del mare. O ha seguito altri percorsi?

La barca era stata avvistata e fotografata da alcuni pescatori, intorno al 6 novembre, alla deriva 12 miglia vicino Lampedusa. Lo skipper Bruno Cardile era immediatamente andato sul posto organizzando una battuta per ritrovare Ad Maiora intorno al punto segnalato, ma purtroppo senza successo.

C'è poi il mistero del segnale gps di bordo, degli strani movimenti della barca, che pochi giorni dopo l'abbandono da parte dell'equipaggio ha preso per alcun eore una rotta apparentemente diretta a Malta a velocità costante, facendo pensare a un traino. Rotta e segnale si sono però interrotti.

La barca, si è poi saputo secondo quanto riporta il comunicato odierno del team, prima dell’avvistamento era andata "probabilmente a scogli sull’isolotto di Lampione distruggendo definitivamente lo scafo di sinistra. In queste pessime condizioni la barca è poi andata alla deriva per settimane incontrando burrasche con venti anche fino a 50 nodi nel canale di Sicilia." Eppure anche così, sventrata e svuotata e in mezzo alla burrasca, Ad Maiora non è affondata, restando a pelo d'acqua e costituendo anche un pericolo per la navigazione.

Intorno al 20 novembre Ad Maiora è stata nuovamente avvistata, 20 miglia Sud Ovest di Malta da un aereo militare maltese che ha inviato le foto e la posizione. Già allota la barca risultava quasi irriconoscibile, aveva perso anche l’intero scafo di destra, avvistato poco dopo a 10 miglia di distanza da quello centrale. Anche in questa occasione è stata pianificata un’operazione di recupero, ma le durissime condizioni meteo in arrivo con venti ad oltre 40 nodi, hanno impedito per giorni e giorni qualunque sortita in mare. Nessun altro avvistamento è poi stato fatto fino all'ultimo ritrovamento in Libia.

Il team nel comunicato conclude così: "Certamente la barca non è stata molto fortunata a colpire quel grosso oggetto in mare a circa 16 nodi (in riferimento al momento dell'incidente durante la regata, che ha causato il ritiro e l'abbandono, ndr), ma l’arrivo degli sciacalli che hanno rubato tutto da bordo è stato un atto ignobile e violento da parte di delinquenti organizzati, certamente velisti."

Un atto di accusa forte, da parte di chi ha amato molto la barca, il suo restauro, il progetto di riportarla in auge e in regata. Il fatto che gli "sciacalli" siano "certamente velisti" deriva dalla sensazione che potessero conoscere e apprezzare il valore delle attrezzature e strumentazioni di bordo. Forse è così. Ma resta il dubbio di cosa possano fare di questo materiale i ladri. Venderlo, dove? Apparecchi elettronici con numeri di matricola, cime colorate anche abbastanza riconoscibili, winch... Esiste un mercato di questi materiali? Ci sono ancora le tane dei pirati?

Resta la brutta storia e le sue ultime domande. Marinai o pescatori che hanno trovato la barca da regata e l'hanno smontata in tempi e modi diversi, in scorrerie ripetute, fino a renderla uno scheletro, come si sono disfatti della "refurtiva"? In base alle leggi del mare, avrebbero avuto più onestamente e legittimamente una ricompensa per il ritrovamento e il salvataggio dell'imbarcazione completa? L'assicurazione di Ad Maiora cosa e quanto ripagherà adesso? Anche il luogo del naufragio non ha aiutato: il maxi My Song, caduto dalla nave che lo trasportava e semisfracellato in mare nell'area del Golfo del Leone, non è stato "ripulito" con la stessa certosina pazienza di Ad Maiora nel canale di Sicilia, anche perchè, per sua fortuna, è stato quasi sempre monitorato e scortato a vista. E infine: chi e come smaltirà adesso ciò che resta di quella che fu una gloria degli oceani?

L'armatore e skipper Bruno Cardile: “Col dolore nel cuore, voglio dire che comunque è stato un grande onore e privilegio poter riportare in vita una barca leggendaria e poterla farla correre felice, ancora una volta, prima del suo addio. Adesso è il momento di guardare avanti, elaborare questo lutto e cercare altre sfide. Tutto insegna, soprattutto il dolore”.

Responsabilità editoriale di Saily.it