Regista docufilm, 50 giorni nell'inferno Covid

Da immagini in rianimazione girate con GoPro a paura contagio

di Enrico Marcoz

Cinquanta giorni immerso nell'inferno del Covid-19. Davide Bongiovanni è un visual designer valdostano e, come altri in giro per l'Italia, si è lanciato nell'ambizioso progetto di girare un docufilm - dal titolo '(R)esisti' -sull'emergenza coronavirus in Valle d'Aosta.
    Tra difficoltà logistiche, tecniche, emotive. Con la paura di essere contagiato. "Tutto è nato una notte di metà marzo - spiega - quando il dramma del Covid era nel pieno della sua furia. Nel letto, in attesa di prendere sonno, ha preso corpo l'idea. Due giorni dopo avevo già l'autorizzazione della Protezione civile per muovermi e fare le riprese mentre tutti gli altri erano barricati in casa". Il 20 marzo ha iniziato a girare, dapprima documentando la città deserta. "Sembrava uno scenario apocalittico - spiega - con le strade vuote".
    La parte sanitaria è stata la più difficile e delicata.
    "Ottenuti i permessi dall'Usl - racconta Bongiovanni - ho iniziato a girare all'interno dell'ospedale Parini di Aosta. Il personale mi ha sempre tenuto in sicurezza, mi vestivano con tutti i Dpi. Ho ripreso scene 'pesanti', a partire dalla porta del reparto Covid, completamente bianca di cloro, da cui passavano medici e infermieri distrutti dopo il turno di lavoro.
    Ricordo l'odore del pungente del disinfettante che bruciava nel naso".
    Per raccontare quanto avveniva nel reparto di rianimazione e nel reparto Covid 1 (per pazienti ad altà intensità) ha montato una GoPro sul petto di un'infermiera. "Si vedono le sue mani, il continuo cambio di guanti, i pazienti sofferenti". Alla fine della giornata la telecamera veniva lavata abbondamente con il cloro "e poi per 48 ore la lasciavo in quarantena". La stessa GoPro è stata anche piazzata all'interno di un casco Cpap indossato da un paziente per provare a testimoniare le sue sensazioni. "Nei reparti 'puliti' - aggiunge Bongiovanni - invece ho usato la mia videocamera, tenendomi sempre a distanza di sicurezza".
    I momenti più difficili? "Le interviste al personale sanitario, le lacrime e il dolore, ma anche le parole del necroforo che ha trattato tutti i morti prima di metterli nel sacco, alcuni addirittura ancora con le flebo ancora attaccate al braccio". Paura? "Non ho mai fatto nulla a cuor leggero, sono sempre stato attento a quello che facevo. Si, ho avuto paura. A casa ho un bambino piccolo e i miei genitori sono anziani. Mia moglie all'inizio era spaventata, poi ha visto che ero protetto". Mai pensato di mollare? "Quando ho sbobinato le immagini della rianimazione ho vacillato, troppo dolore. E' stato un attimo, poi è passato". 
   

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