Ignazio Marino, un extraterrestre in politica

E' il 12 ottobre quando Ignazio Marino dà le dimissioni da sindaco di Roma e il 29 ottobre le ha ritirate. Dal "daje" della campagna elettorale ad un mesto "me ne vado". La parabola di Ignazio Marino, sindaco marziano si è spenta nel Dinnergate degli scontrini di cene dichiarate "istituzionali". Eppure era nata sotto l'egida di un rinascimento che Roma aspettava. Il sindaco in bicicletta, il sindaco dei Fori pedonalizzati, il sindaco outsider che doveva rilanciare la Capitale, è finito accerchiato dal suo stesso partito per un "affaire" di filetti e vini pregiati. 

E il 12 ottobre Marino lascia Palazzo Senatorio dopo appena 848 giorni e dopo neanche avere iniziato la "fase due", ultima concessione di Renzi per rianimare l'amministrazione del chirurgo. Tutto era nato nel giugno 2013 nel migliore dei modi, con una vittoria netta su Alemanno (con il 63%) e la promessa ai romani di "tornare a sognare". Il primo atto di Marino, allora ancora in bicicletta poi abbandonata per la scorta, furono i Fori senza auto. Una notizia che fece il giro del mondo e restituiva l'idea di una Roma nuova. Poi anche in seguito ad alcune incertezze, come le nomine subito ritirate per difetti patenti, l'idillio con la città si affievolì fino a precipitare con i fatti di Tor Sapienza nel novembre 2014, l'assalto razzista ad un centro di accoglienza in un pezzo di periferia desolata, lontana dai Fori Imperiali. Quella fu la prima volta di Marino in bilico. Poi arrivò il Pandagate, le multe per il permesso Ztl scaduto e per il divieto di sosta. Mai pagate e pagate solo a scandalo avvenuto. Arrivarono così i primi mal di pancia di un Pd che di lì ad un mese venne travolto da Mafia Capitale. Assessori, pezzi di amministrazione, il presidente del consiglio furono coinvolti dal tornado della Procura di Roma. Marino no, anzi, lui fu il baluardo contro il malaffare. Il Pd serrò i ranghi. Orfini, nominato commissario di un partito romano avvelenato, fece quadrato attorno al sindaco onesto e antimafia che volle accanto a sé come super assessore il cacciatore di mafiosi Alfonso Sabella. Arrivarono altri provvedimenti a loro modo storici nella gestione della capitale: via i camion bar dei Tredicine dal centro storico, stop alla discarica di Malagrotta del monopolista Cerroni, norme ferree per i cartelloni pubblicitari, guerra al tavolino selvaggio che deturpa Roma, giù il lungomuro abusivo di Ostia. L'idillio ritorna, si riaccende, sembra funzionare. Poi arrivarono i viaggi.

Per i detrattori del sindaco, che intanto sembravano aumentare, quei viaggi sono troppi e intempestivi. Polemiche sulle vacanze americane mentre si lanciavano petali da un elicottero sul feretro di un boss Casamonica a Cinecittà. E soprattutto mentre il governo decideva, sulla scorta dell'inchiesta Mafia Capitale, che sì il municipio di Ostia andava sciolto ma il Campidoglio solo "sorvegliato speciale". Giorni duri per Roma che resta alla guida del vicesindaco Causi, chiamato da Renzi con Esposito e Rossi Doria, a lanciare la fase due. Poi l'ultimo volo di Marino in America, quello a Philadelphia per incontrare il Papa. Forse l'ultimo viaggio da sindaco. Una trasferta segnata da polemiche persino col pontefice ("non l'ho invitato io, è chiaro?" disse Bergoglio sollecitato) e dal Dinnergate. Tra cene sospette e smentite di presunti commensali e ristoratori, l'atto di "trasparenza", come lo ha definito più volte lo stesso Marino, si è trasformato invece in un boomerang letale. Ieri la mossa a sorpresa di "pagare tutte le spese sostenute con la carta di credito del Campidoglio" per mettere fine alle polemiche. Non è bastata. Almeno non al Pd. Ora Marino paga molto di più.

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