La parola della settimana è FATTI (di Massimo Sebastiani)

Massimo Sebastiani

Quando iniziamo a riflettere su una parola che ci sembra nota e dal significato abbastanza scontato può capitare quello che a volte succede quando si torna in un luogo che si credeva di ricordare bene, magari in una casa: quell’angolo non era proprio così, quel disimpegno forse non c’era, quella nicchia è stata fatta di recente magari, quella stanza sembrava molto più grande, eccetera. Qualcosa del genere accade con la parola fatto al singolare o al plurale.

Quando il neopresidente del consiglio Mario Draghi, da cui tutti si aspettano moltissimo per quello che finora ha dimostrato nella sua carriera, dice che la stima e la fiducia mostrata finora dovrà essere ‘validata nei fatti’, sta dicendo una cosa che ci sembra evidente e comprensibile. Fatti, cioè cose che si possono vedere o perfino toccare. Fatti, come si dice, e non parole. Dando per scontato che le parole non siano a loro volta fatti.

I fatti, ecco un’altra espressione di uso comune, hanno la testa dura. E, si dice, in questo somigliano ai numeri. Eppure, a pensarci bene, niente come i fatti, per esempio l’azione di un governo appunto, il risultato di una partita, l’esito di una elezione ma anche grandi eventi storici, può essere soggetto ai più diversi punti di vista. La Brexit, cioè l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, è certamente un fatto eppure la sua natura e le sue conseguenze sono altamente controverse.

La rivoluzione russa ha consentito un’emancipazione dal regime autocratico degli zar o ha instaurato la più spaventosa dittatura del ‘900? Inutile poi farsi domande simili sugli esiti di certe elezioni italiane, dopo molte delle quali si dibatte per settimane su chi sia stato il vero vincitore. E la cosiddetta conquista della Luna è avvenuta davvero o è stata solo una messinscena abilmente confezionata in un teatro di posa dalla Nasa? Era stato il solito, inevitabile, almeno per questa rubrica, e vulcanico Friedrich Nietzsche a dire che ‘non esistono fatti ma solo interpretazioni’.

E a dargli ragione arrivò, non molto tempo dopo, un compostissimo esponente della scuola della filosofia analitica, Donald Davidson, secondo cui la verità, la minacciosa e marmorea verità, è un atto umano creativo e linguistico e non la corrispondenza tra realtà e intelletto, come voleva Tommaso D’Aquino.

Come dimostra il passaggio di un intervento di Marco Montemagno, l’imprenditore di se stesso, come ama definirsi, diventato star dei social, a volte non bastano nemmeno le dimostrazioni concrete più tradizionali: video, documenti ufficiali ecc. Più avanti in quello stesso intervento Montemagno dice che il pregiudizio o semplicemente convinzioni radicate per anni sono difficili da smontare perché, per chi le ha coltivate, è come strapparsi una parte di vita, come contraddire se stesso: smontano un’identità, distruggono valori e principi, addirittura. Insomma i fatti, almeno in questo caso, non bastano. E cita un autore che abbiamo già trovato nel nostro viaggio tra gli echi delle parole, Steven Pinker, scienziato cognitivo e professore di psicologia, autore di un libro che si intitola ‘Illuminismo adesso’ in cui fra l’altro fa riferimento ad una specie di esigenza tribale nel non usare semplicemente la razionalità e di quanto l’emozione, per esempio, legata alla socialità in molti contesti, conti molto più dei famigerati fatti.

E l’etimologia, la storia della parola, ci aiuta poco in questo senso. Fatto deriva da factum che è il participio passato del verbo facere. Quindi qualcosa che è stato fatto, dunque che c’è, che è accaduto. Qualcosa di eseguito, compiuto. Sì, ma come e con quale sostanza o materiale? Quando Daniele Silvestri, in una canzone intitolata Argentovivo, canta insieme a Rancore e Manuel Agnelli, di chimica e ‘fatto mentale’ sta parlando di quella sottile linea rossa che divide, se lo divide, il concreto da ciò che non si può né toccare né vedere ma che è altrettanto vivo e presente.

I fatti avranno anche la testa dura ma possono essere invisibili ed eterei come un elettrone. La fisica quantistica, che sarebbe piaciuta forse a Nietzsche, come ha spiegato il fisico Carlo Rovelli nel suo ultimo libro, ‘Helgoland’, rompe la convinzione che si possa dare una descrizione completa di una particella prescindendo dall’osservatore. Scrive Rovelli: ‘La scoperta della teoria dei quanti, io credo, è la scoperta che le proprietà di ogni cosa non sono altro che il modo in cui questa cosa influenza le altre. Esistono solo nell’interazione con altre cose’. Somiglia un po’ anche alla socialità di cui parlava Pinker.

E in fondo anche Mia Martini quando usa l’espressione ‘sono sempre fatti tuoi’ nella celebre ‘Minuetto’ scritta da Franco Califano sta parlando di qualcosa che c’è ma sfugge, qualcosa che ha conseguenze ma è inconoscibile, almeno con le nostre limitate capacità. E con quelle, forse deboli, di una donna che ama ma non è riamata allo stesso modo.

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