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La parola della settimana è confine (di Massimo Sebastiani)

Tra limes e limen c'è tutta la differenza (tanta o poca?) che corre tra la fine e l'inizio. Ascolta il podcast

Redazione ANSA

Sarà per colpa delle canzoni, sarà per colpa dei film o delle poesie, ma ogni volta che pensiamo alla parola confine quello che ci viene in mente è un limite, una barriera che in genere sogniamo di oltrepassare e nel 90% dei casi a farcela superare, o sperare di superare, è l’amore oppure il sogno.

In fondo che cosa è l’Infinito di Leopardi se non una riflessione sull’idea di confine?. Rispettare e, dall’altra parte (da questa parte), difendere o invece superare: tra le parole che il virus ci ha di nuovo e prepotentemente riproposto c’è certamente quella di confine. Ci è stato chiesto, e forse si tornerà a chiedercelo ancora nel cosiddetto scenario 4, di non superare i confini: della provincia, della regione, della nazione. Ma anche, nel periodo più difficile della diffusione della pandemia, della nostra casa e perfino quelli segnati dalla nostra stessa pelle, a sua volta ricoperta per proteggerla, come un muro di confine, e impedire che le droplet lo oltrepassassero. 

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Se, da un lato, abbiamo imparato a rispettarlo per la nostra e l’altrui salute, dall’altro abbiamo aspettato con ansia che alla fine si dissolvesse, per restituirci la naturale libertà di movimento. Abbiamo dunque vissuto il confine essenzialmente come barriera. Ma ci siamo anche sorpresi a scoprire il vicino che fa ginnastica nella stanza di fronte alla nostra finestra o quello che canta e suona sul balcone. Abbiamo vissuto il confine anche come elemento di vicinanza e di scoperta.

Rieccoci dunque alle prese con i diversi riflessi e gli slittamenti di significato delle parole: quelle che, come direbbe l’Humpty Dumpty di Lewis Carroll, fanno gli ‘straordinari’, per quanti significati si possono loro attribuire, sono evidentemente più di quante possiamo immaginare. Certamente confine è una di queste.

Il primo significato che viene in mente, come abbiamo visto, è quello di limite e barriera ma non è quello che è all’origine della parola. Che deriva da cum e finis. Cioè ‘con’, che rimanda a qualcosa che non è certo la solitudine perché fa balenare l’altro, un altro, simile o diverso che sia. E poi ‘fine’, che è sia maschile che femminile, significa la fine ma anche il fine, il termine di qualcosa ma anche la proiezione verso qualcos’altro. Non è un caso che tra le storie più raccontate della pandemia e del lockdown ci siano state quelle degli incontri al confine: il padre che lascia il cibo alla figlia sul confine che non può superare o i due innamorati che si vedono al confine tra Umbria e Marche o ancora la festa di compleanno al confine tra Trentino e Veneto dopo due mesi di quarantena.

Ma già il primo e più immediato significato, quello di limite, ha un’origine ambivalente. In latino limes significa il sentiero o le pietre che segnano il confine tra due campi. Ha un senso dunque nelle proprietà e nei domini ma anche nel linguaggio militare, dove indica una frontiera fortificata. Come si vede, tutte cose invalicabili, se non a rischio perfino della propria vita. Ma un’altra parola latina, che condivide con limes la radice, libera da subito un altro potenziale significato: è il limen, che porta sempre con sé l’idea di una linea di demarcazione ma proiettata, per così dire, verso l’esterno: è la soglia, l’ingresso, l’entrata e anche la linea di partenza. In altri termini, è un’apertura non una chiusura.

In una delle sue derive spiritual, all’inizio della carriera, Elton John, col decisivo supporto di Bernie Taupin, autore del testo, ha cantato questi diversi significati in Border song: da un lato dovremmo essere tutti fratelli, anche con chi è al di là del confine, dall’altro, canta Elton John, ‘me ne tornerò al confine, dove le mie relazioni non vengono insultate’. Il limite dunque, proprio come il confine durante la pandemia, mi protegge.

E’ interessante notare che in inglese la parola border deriva dal francese bordeure, che è il bordo ornato di uno scudo: non ci si allontana, dunque, dall’ambito militare.

In Italia invece Antonello Venditti ha cantato un’autostrada ai confini del mare che gli fa subito pensare a chi c’è al di là di quel confine: e sembrerebbero individui fantastici, migliori di noi, che sanno già volare. Mentre la casa sul confine, cantata da Francesco De Gregori, non ha né tetto né pavimento, è quanto di più aperto si possa immaginare (quattro porte a ogni punto cardinale, ‘senza inizio e senza fine’).

Dunque tra limes e limen c’è tutta la differenza (tanta o poca?) che corre tra la fine (la barriera, il confine propriamente detto) e l’inizio (cioè quella linea di partenza da cui si può intraprendere un cammino). Ma questa fine e questo inizio, come ci suggerisce l’identica radice, sono più vicini di quanto si pensi. Perché il confine inteso come limite è fatto apposta per essere superato o almeno per farci fantasticare di superarlo (come fa Venditti e, prima di lui, Leopardi e l’Ulisse di Dante Alighieri).

Questo limite è, per definizione, mobile quando non decisamente labile. La labilità dei confini è, come ha spiegato il filosofo Remo Bodei in un volumetto dedicato proprio alla parola Limite, la caratteristica della modernità: che, scrive Bodei, è un ‘plus ultra’, una coraggiosa navigazione verso l’ignoto. E d’altra parte Foucault ci ha spiegato che i limiti, da Icaro agli organi artificiali, da Ulisse agli interventi con il laser per recuperare la vista, sono ‘confini che non possono essere attraversati eppure sono attraversati’.

 

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