La parola della settimana è goccia (di Massimo Sebastiani)

Redazione ANSA

La prima reazione che genera in noi la parola goccia, e ancora più la sua variante vezzeggiativa, gocciolina, è qualcosa di grazioso, di elegante e perfino di tenero, come tutte le cose piccole e come molte delle meraviglie prodotte dalla natura. Una goccia di pioggia, una goccia di rugiada, una goccia di miele. E su questo tipo di immagini e di sentimento ha giocato di recente anche la pubblicità di una nota acqua minerale, creando addirittura l’emoji di una goccia d’acqua, dall’aspetto sorridente e dalla voce infantile.

Rain drops keep falling on my head, una canzone scritta da Burt Bacharach e Hal David per il film Butch Cassidy con Paul Newman e Robert Redford. La canzone, che vinse l’Oscar nel 1970, è stata poi utilizzata in altri film e di recente in serie tv come i Simpson e Grey’s Anatomy. Gran parte della sua fortuna, che produsse versioni in molti altri paesi, a cominciare dall’Italia dove se ne ricorda una di Patty Pravo, si deve alla melodia e al ritmo creati da Bacarach che doveva adattarsi ad un testo in realtà piuttosto malinconico ma guidato dall’dea che, nonostante tutte gocce di pioggia che continuano a cadere sulla testa del protagonista, e che altro non sono che sventure, alla fine la felicità e il sole trionferanno.

La musica italiana è piena di gocce e c’è chi, come Francesco De Gregori in Cardiologia, è riuscito, con una certa maestria poetica, ad unire i due rimandi della parola, quello legato ad una forma di piacere (bere il vino fino all’ultima goccia) e quello che fa riferimento alla consunzione, alla malattia (un cuore mangiato dall’amore a poco a poco).

 

Ascolta "La parola della settimana: goccia (di Massimo Sebastiani)" su Spreaker.

 

La realtà riesce sempre a sorprenderci: il caso dell’epidemia da coronavirus, fra le altre cose, ci ha riportato faccia a faccia con un termine un po’ trascurato oppure, che è lo stesso, usato con distrazione: una goccia, una gocciolina. Fino a che questa parola non ha finito per diventare la misura e, è il caso di dirlo, lo spartiacque della nostra vita attraverso l’espressione droplet, che significa appunto gocciolina, e che è la parola chiave del primo decreto con le misure per l’emergenza coronavirus firmato dal presidente del Consiglio. Stabilisce, in definitiva, la distanza di sicurezza alla quale tenersi dagli altri per evitare di essere colpiti, e quindi eventualmente infettati, da quelle goccioline che ognuno emette parlando, tossendo o starnutendo.

Una cosa così piccola, perfino graziosa nella rappresentazione e nell’immaginario collettivo, può diventare così malefica, così devastante? Goccia deriva dal latino gutta che a sua volta ha radici in una espressione del sanscrito che significa versare e che nel greco antico diventa keima, cioè fiume, onda, dal verbo keiso, verso. Già qui la piccola goccia è messa in relazione con qualcosa di molto grande, un’onda o un fiume di cui non è altro che l’unità di misura più piccola. E d’altra parte l’espressione più nota con la parola gutta che è arrivata fino a noi non è alto che quel gutta cavat lapidem che ci dà la sinistra dimensione della forza che può avere qualcosa di piccolo: la goccia scava la pietra. E anche la cosiddetta tortura della goccia cinese, inventata in realtà da un italiano, Ippolito de’ Marsili, un bolognese del XV secolo, ci ricorda il lato oscuro della piccola e apparentemente inoffensiva goccia. E’ appena il caso di ricordare la saggezza (cinese, appunto) di Mao Tsedong, secondo cui ogni lunga marcia comincia con un piccolo passo.

Se si può trarre un insegnamento, uno dei tanti, dall’emergenza coronavirus è dunque quella di non credere troppo alla distinzione tra ciò che è grande e ciò che è piccolo (la stessa dimensione del virus, misurata in nanometri e di cui abbiamo già parlato in una Parola dedicata qualche settimana fa, ce lo aveva già ricordato) ma di guardare piuttosto alla costanza, alla tenacia e all’abilità di chi ci può colpire o di chi vuole costruire una grande impresa. E di diffidare di chi parla di gocce nell’oceano: forse non lo sa, ma sta parlando della stessa cosa. Proprio come nel film Cloud Atlas, in cui viene definita così la battaglia contro lo schiavismo di un giovane medico e di sua moglie. E sappiamo come è andata a finire.

 

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Modifica consenso Cookie