Quirinale, 'Fassina: Renzi capo dei 101, non è segreto'

Deputato Pd: 'Ma noi siamo seri, nessuno deve temere da noi franchi tiratori'

Serenella Mattera

"Non è un segreto" che Matteo Renzi fosse "a capo dei 101" che affossarono Romano Prodi e mandarono il Pd nel caos. Parola di Stefano Fassina, che torna ad alzare i toni dello scontro in vista del voto per il Colle e mostrare il volto più duro della minoranza Pd. Il segretario-premier "si è seduto con le ginocchia di Berlusconi al Nazareno", attacca anche Rosy Bindi. E con Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e altri 35 deputati della minoranza Pd non partecipa al voto sull'articolo 2 della riforma costituzionale, mandando un chiaro messaggio di dissenso al governo. Bersani prova comunque a mediare: nega che ci sia un legame tra le riforme e il Quirinale e torna ad assicurare "lealtà" alla 'ditta'. La richiesta della minoranza dem, spiega l'ex segretario, è semplicemente quella di non essere tagliata fuori dalla scelta del prossimo presidente. Dopo l'incontro - breve, raccontano dalla minoranza Pd - avuto con Renzi la scorsa settimana, Bersani non ha interrotto i contatti con il segretario ("Ci siamo sentiti nei giorni scorsi, non ieri né oggi", racconta). E non è escluso che nei prossimi giorni, quando la partita del Colle arriverà alla battute decisive, ci sia un nuovo faccia a faccia tra i due.

Ma intanto l'ex segretario lancia un segnale dialogante. Assicura che la minoranza dem non si nasconderà dietro il voto segreto per affossare il nome di Renzi per il Colle. Sostiene che non influiranno neanche le "scorie" lasciate dalla spaccatura su legge elettorale e riforme. E promette "assoluta lealtà" in cambio dell'impegno a "non preparare la minestra con la destra e farla bere con forza a un pezzo del Pd". La richiesta dei bersaniani a Renzi è quella di non presentarsi all'ultimo al Pd con un nome "che nasce dal nulla", di non proporre un candidato concordato solo con Silvio Berlusconi. E soprattutto, non si stancano di ripetere, una figura che garantisca terzietà e "autonomia dal governo" e "dal patto del Nazareno". Vogliono essere ascoltati e interpellati per tempo, gli esponenti dell'opposizione interna. "Se Renzi si presenta all'ultimo con un nome - dice uno di loro - rischia grosso, perché in queste settimane si sono alimentate le speranze di tanti 'papabili': chi li sostiene, se non preparato per tempo, potrebbe pensare di mantenere in gioco il suo candidato facendo mancare il voto al nome del segretario". Il caso dei 101 franchi tiratori di Romano Prodi insegna prudenza oggi. Anche perché, come dimostrano le parole di Stefano Fassina, ancora non si sono estinti i veleni di quella vicenda.

L'ex viceministro accusa infatti il premier di aver mosso i voti segreti che affossarono Prodi e rivendica, per contrapposizione, che l'opposizione della minoranza dem questa volta sarà esplicita, "seria". Una "sciocchezza incredibile", taglia corto Lorenzo Guerini. "Accuse incommentabili", dice Debora Serracchiani. "E' la sua opinione", taglia corto Bersani. Ma gli scambi di accuse si fanno sempre più forti, nel Pd. "Il partito è alla frutta", dice in Aula la senatrice civatiana Lucrezia Ricchiuti, mandando su tutte le furie la maggioranza del partito. E Francesco Boccia torna a chiedere a Renzi di "non usare il metodo Isis, non fare vendette, liste di proscrizione o fatwa verso chi non la pensa come lui". La minoranza, sia pur segnata - ammette Bindi - da "sensibilità diverse", dichiara a una voce di voler combattere la sua battaglia a viso aperto. Lo dimostrano le votazioni sulla legge elettorale al Senato e sulla riforma costituzionale alla Camera. Bersani, Bindi e Cuperlo, ma anche D'Attorre, Fassina, Lattuca e altri trenta dem, non partecipano alla Camera al voto sull'articolo 2 del ddl. Pippo Civati vota espressamente no. Non è un segnale in vista del Colle, assicura Bersani. Ma, alla vigilia, il clima appare tutt'altro che sereno.

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