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Quirinale: 1964, via crucis per Leone, ce la fa Saragat

Si vota anche a Natale

di Marco Dell'Omo

Abbiamo lasciato Antonio Segni accasciato a terra nel suo studio del Quirinale, colpito da un emorragia cerebrale nell'agosto del 1964. Paralizzato e incapace di esprimersi, il presidente deve abbandonare la residenza sul colle e tornare nella sua casa di via Sallustiana dove viene assistito dalla moglie, la signora Laura Carta.
La Costituzione prevede che in caso di "impedimento temporaneo" le funzioni di capo dello Stato passino al presidente del Senato, che le esercita come "supplente". Se invece l'impedimento è "permanente", il presidente della Repubblica decade e si procede a una nuova elezione. In quell'estate del 1964 i vertici politici optano per la prima soluzione, anche se è evidente che Segni non si sarebbe mai più ripreso: il "supplente" è Cesare Merzagora (il candidato impallinato nelle elezioni del 1955) che esercita il suo ruolo per ben quattro mesi. Solo il 6 dicembre, infatti, dalla famiglia Segni arriva una lettera di dimissioni dell'infermo presidente. La partita per l'elezione del successore può cominciare.

La prima seduta del Parlamento viene fissata per il 16 dicembre. Il partito di maggioranza relativa, guidato dal doroteo Mariano Rumor (a palazzo Chigi c'è Aldo Moro che guida un governo di centrosinistra con Pietro Nenni vicepremier e Giuseppe Saragat ministro degli Esteri) , è sempre pronto a dividersi quando si tratta di scegliere l'uomo da mandare al Quirinale. E così fa anche questa volta. In pista ci sono Amintore Fanfani, Mario Scelba e Giulio Pastore, ma alla fine, il giorno prima dell'inizio delle votazioni, i gruppi parlamentari scelgono a scrutinio segreto di puntare sul presidente della Camera Giovanni Leone, uno stimato professore di diritto penale, che l'anno prima ha presietuto un governo "balneare" (così vengono definiti i governi destibnati a durare solo per qualche mese estivo): un esponente dell'ala moderata della dc con buoni rapporti anche con i socialisti .
Lo sfidante è il socialdemocratico Giuseppe Saragat, che ancora una volta punta sulle crepe nello scudocrociato per raggiungere il traguardo.

Sulla carta Leone ha la possibilità di farcela dal quarto scrutinio in poi, quando gli serviranno 482 voti. Ma i franchi tiratori non gli lasciano spazio: Leone è costretto a una lunga via crucis nelle quale i suoi voti fluttuano senza mai avvicinarsi al quorum, mentre i dissidenti votano per Fanfani (che arriva a 129 voti). Vista la mala parata Leone sarebbe dell'avviso di ritirarsi già alle prime battute, ma la Dc non vuole cedere . "Questa è la mortificazione di una dc stracciata" dice il segretario della Dc Mariano Rumor ai grandi elettori dello scudo crociato, sperando in un pentimento dei frondisti . Le votazioni si susseguono inutilmente, mentre si avvicina il Natale. Al ministro calabrese Gennaro Calviani, arrivato a Montecitorio ingessato per un incidente automobilistico, qualcuno dice: "Farai prima a toglierti i gessi che noi ad eleggere il presidente".
D'altra parte, anche la candidatura di Saragat non decolla. Dopo le prime votazioni i socialisti passano a votare per il loro segretario Piero Nenni. Anche i comunisti, dopo dodici scrutini in cui votano in blocco per il loro candidato di bandiera Umberto Terracini, spostano i loro voti su Nenni, che balza a quota 353 contro i 393 di Leone. Se franchi tiratori e dc e seguaci di Saragat si coalizzano Nenni può anche farcela. Leone prende 406 voti al quattordicesimo scrutinio, ma al quindicesimo ridiscende a 386. E' il momento di gettare la spugna . Ormai siamo arrivati alla vigilia di Natale; le votazioni vengono sospese dalle 12 della vigilia fino al pomeriggio del 25. Poi tutti di nuovo convocati, nonostante il giorno di festa. Nella votazione natalizia, con piazza Montecitorio piena di gente che protesta per le lungaggini, la dc, ormai in confusione totale, decide di astenersi: così i franchi tiratori non potranno votare e non faranno danni. Nenni si ferma a quota 349. Piazza del Gesù usa il pugno duro contro due franchi tiratori rei confessi: l'ex sindacalista Carlo Donat-Cattin e il giovane Ciriaco De Mita vengono sospesi per un anno per aver disobbedito alle direttive del partito.

Per Piazza del Gesù uscire dal vicolo cieco sembra impossibile. Andreotti propone di riunire i capicorrente e di far pronunciare loro un solenne "giuramento cristiano" in cui tutti devono impegnarsi a votare il nuovo candidato , chiunque sia. Ma la sua proposta non viene accettata. Non c'è via d'uscita: se vuole salvare la faccia la grande balena bianca deve accettare di sostenere Saragat, che dopotutto è un fedele alleato di governo: decisione sofferta, che prende tutto il giorno di Santo Stefano . Si ricomincia a votare: la dc prima si astiene, poi comincia a votare per Saragat, ma i socialisti continuano a mettere nell'urna la scheda con il nome di Nenni. Il segretario del Psi incontra Saragat ( i due hanno un rapporto a corrente alternata dai tempi delo strappo scissionistico del 1947) e acconsente a dargli i suoi voti. In quelle stesse ore i socialdemocratici vanno a chiedere i voti anche al segretario del pci luigi Longo. La risposta è che Saragat , se vuole averli,deve chiederli pubblicamente. Il fondatore del Psdi se la cava con una dichiarazione in cui auspica la convergenza sul suo nome di "democratici e antifascisti". Per il Pci è sufficiente e Botteghe Oscure dà il placet. Finalmente, il 28 dicembre, al ventesimo scrutinio, Saragat viene eletto presidente della Repubblica con 646 voti: l'elezione viene proclamata proprio dallo sfidante sconfitto Giovanni Leone, che è presidente della Camera. Per la dc un'altra brutta figura quirinalizia. Poi toccherà a Giovanni Leone.

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