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14 GENNAIO - Verso il Quirinale / La sfida di tenere unito il Pd

15 giorni per il presidente. Le posizioni in campo

Di Milena Di Mauro

14 GENNAIO

La fine di gennaio è un tempo infinitamente vicino, quando la posta in gioco è alta quanto la scelta di un nuovo capo dello Stato, ora che Giorgio Napolitano è andato via. Quindici giorni soltanto, due settimane già di per sè difficili, dovendosi tirare le somme di partite trascinate per anni. Come quelle sulla legge elettorale e la riforma del Senato. "Entro fine mese avremo il nuovo presidente e non possiamo fallire", assicura Matteo Renzi, che ancora una volta conta di capovolgere e battere in velocità le liturgie stanche di una vecchia politica.
Entro gennaio, dunque. Il premier punta a chiudere subito la partita ed esorcizza con un timing spavaldo lo spettro di una politica fragile e anche questa volta non all'altezza, di un Parlamento impotente paralizzato dai veti e dai franchi tiratori come quello del 2013. Ma la fotografia delle posizioni in campo non offre alcuna garanzia.
Il Pd, partito di maggioranza relativa, ha la golden share ed è investito della maggiore responsabilità politica ed istituzionale. Prima di cercare condivisione nella maggioranza e con le opposizioni, Renzi deve perciò vincere la sfida di tenerlo unito: ben conoscendo la storica propensione del suo partito di accendere roghi dove bruciano, sul fuoco di veti incrociati, i nomi dei suoi stessi leader. Non essere uniti su un nome del Pd vorrebbe dire distruggere irrimediabilmente l'opportunità politica di portare ai vertici delle istituzioni, Quirinale e Palazzo Chigi, due uomini del Partito Democratico. Cercare l'intesa interna con la riottosa minoranza, compattare i 460 grandi elettori Dem, è dunque la mission delle prossime ore.
In Forza Italia la situazione è simmetrica. Silvio Berlusconi, cambiando il suo schema di gioco, ha offerto a Renzi tre settimane fa la sua disponibilità a votare un candidato anche del Pd, purchè competente, garante, equilibrato. Lo scivolone della norma 'salva-Cav' ha complicato la partita, ma per l'ex premier resta essenziale dare il massimo suggello al Patto del Nazareno con un'intesa sul Colle che non lo escluda e anzi lo riabiliti del tutto politicamente. Dei 150 grandi elettori azzurri, però, una quarantina non risponde a Berlusconi ma al ribelle Raffaele Fitto. E potrebbe trascinarsi dietro la silenziosa rivolta di altri avversari del Nazareno. Dimostrare che governa il suo pacchetto di voti diventa essenziale anche per il Cav.
Anche le truppe di Area Popolare (nate dalla complicata fusione di Ncd, Udc, pezzi di Sc e di centro), hanno un centinaio di grandi elettori che si richiamano al Ppe, ma ancora non hanno una chiara direzione. Alfano potrebbe far passare dalle scelte sul Quirinale la ricostruzione di un rapporto politico con Berlusconi (per questo ribadisce "non poniamo veti ma non siamo alle primarie del Pd) ma non tutti i suoi sono disponibili a seguirlo sul terreno della ricomposizione del centrodestra. E la Lega, sulla carta alleata di Berlusconi, sul Colle lancia l'hastag #nonunaltrodisinistra, minaccia esplicita sul Patto del Nazareno.
Quanto ai M5s, avrebbero l'occasione di prendere parte a pieno titolo alla scelta sul Colle, come il premier li ha più volte chiamati a fare. Per ora Grillo - dopo aver perso per strada 26 gradi elettori, ormai fuori dal movimento - sta però alla finestra, per vedere quali e quante saranno le divisioni nel Pd. Poi sottoporrà al web ogni decisione finale.
Rischia perciò di coalizzarsi un fronte ampio (da Sel alla minoranza Pd di Civati, Bersani, D'Alema, ai fittiani, pezzi di Ncd e di M5s) che nei primi tre voti segreti potrebbe convergere su un candidato, paralizzando altre scelte, armando i franchi tiratori e rovinando i piani di Renzi, vero king maker della partita.

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