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La parola della settimana è 'BAMBINO' (di Massimo Sebastiani)

Redazione ANSA

I bambini non sono solo, e non di rado, al centro delle nostre attenzioni e dei nostri discorsi. Sono molto spesso elevati a simbolo, o a metafora a seconda dei casi, di qualcosa. L’immagine simbolo – ne abbiamo già parlato - del bambino consegnato nelle mani di un soldato americano al di là del filo spinato dell’aeroporto di Kabul, l'espressione di Josè Mourinho, l’allenatore demiurgo, quando dice: 'La mia è stata la corsa di un bambino', commentando quella reazione (forse) istintiva che lo ha portato a ricongiungersi al settore più caldo dei tifosi al termine di un incontro vinto all’ultimo respiro, e infine la figura, tragica, fragile, miracolosa di Eitan, il piccolo che dopo essere stato l’unico sopravvissuto della tragedia della funivia del Mottarone – e già questo potrebbe bastare a farne un simbolo potente – è finito al centro di una contesa famigliare con tanto di sequestro ed intrigo internazionale moltiplicando esponenzialmente il sentimento di empatia, vicinanza e pietas: sono tre esempi recenti di come la potenza dell’immagine del bambino si sia insediata nel nostro immaginario e nel nostro discorso tanto da diventare pietra di paragone e fonte di commozione e partecipazione al di là, o al di qua se preferite, di qualunque posizione ideologica.

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Proviamo a farci largo tra i rimandi della parola e dell’idea di bambino, evitando accuratamente ogni retorica infantile. L’origine del termine, tanto per cominciare, ci porta in una direzione che è solo una delle dimensioni occupate dall’aura del bambino. E’ onomatopeica, perché le labiali M, P e B sono le prime che il neonato pronuncia (mamma, babbo, papà, bumba ecc). Per questo, bambino è anche il diminutivo di bambo, bimbo, forma arcaica che sta per babbeo, quindi sciocco. Non tanto nel senso di stupido quanto in quello di immaturo, sprovvisto di cognizioni ed esperienze della vita che tipicamente ha un adulto e che lo preservano (o dovrebbero preservarlo) dalle difficoltà dell’esistenza e dai suoi inciampi. Anche l’altra ipotesi etimologica più probabile, il greco bambàino, resta nella stessa dimensione: il verbo significa infatti balbettare e indica dunque chi è alle prime armi anche con il linguaggio tanto da non riuscire a dire parole e frasi compiute. Ma l’area semantica che riguarda il bambino non si limita a questa origine: c’è anche infante, che rimane nello stesso perimetro di senso perché deriva da fans-fantis, participio presente di fari, parlare, e quindi significa che non sa parlare, e pais che in greco antico significava figlio, fanciullo, ragazzo di età inferiore a 14 anni e da cui derivano tutte le espressioni come paideia, pediatra, ma anche pedofilia o pedopornografia.

Ma deve esserci qualcosa di diverso e di più rispetto a tutto questo se la psicologia e la psicoanalisi hanno dedicato tanta attenzione al bambino e in particolare Jung, che in queste scorribande tra le parole abbiamo già citato diverse volte, ne fa addirittura uno degli archetipi, cioè uno dei contenuti fondamentali dell’inconscio collettivo, le immagini o simboli chiave con cui organizziamo la nostra conoscenza del mondo e degli individui. Il Puer aeternus contiene l’idea e il fascino della creatività, della vitalità, della gioia di vivere, del potenziale da esprimere, della fantasia creatrice, dell’avventura e dell’inizio (una parola di cui ci siamo occupati).

Non stupisce quindi che le grandi culture abbiamo da subito collocato il bambino in una dimensione privilegiata: dall’antico Egitto, in cui il faraone è figlio (di Ra, in questo caso, il dio-sole) all’antica Grecia, in cui è considerato semidivino e le cui caratteristiche si trasferiscono in alcune figure di Dio-fanciullo o Giovane eroe. Per James Hillman, anche lui compagno di viaggio di queste parole, il Puer è eroe, fanciullo divino, figlio della grande madre, psicopompo, mediatore con la divinità e infine, come sappiamo molto bene, messia.
Insomma, altro che balbuzie e babbei. O meglio, quella balbuzie e quella ‘sciocchitudine’, se così si può dire, sono una mancanza, un vuoto, che nascondono molto di più. Altrimenti non si spiegherebbe perché i bambini possono ergersi a giudici, come nel celebre 'I bambini ci guardano' di Vittorio De Sica e soprattutto non si spiegherebbero il fanciullino di Pascoli, Peter Pan, Pippi Calzelunghe e naturalmente Harry Potter. Chi dice che si comporta come un bambino la sta dicendo molto più grossa. Proprio come i Nomadi nella celebre 'Vagabondo'.

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