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La parola della settimana: SOGNO (di Massimo Sebastiani)

Redazione ANSA

‘Continuiamo a sognare’, oppure ‘il sogno continua’, gli Azzurri sognano, il sogno di Matteo Berrettini, il sogno che allunga la vita di un ottuagenario, il compagno di viaggi spaziali di Bezos, il sogno di Irma Testa, giovane atleta di Torre Annunzia del pugilato femminile italiano che ad aprile diceva di sognare la medaglia olimpica, e perfino il sogno di Papa Francesco: quello di un mondo in cui tutti possano avere il pane tutti i giorni. Se c’è una cosa su cui non ci sembra di avere dubbi, è la dimensione aleatoria e quindi tendenzialmente irrealizzabile del sogno. Addirittura, perfino il sogno stesso è messo in dubbio nella sua possibilità, come nei versi ripresi da Shakespeare nel ‘Concerto grosso’ dei New Trolls, un gruppo di progressive rock degli anni ’70.

Scegliendo una parte del monologo di Amleto, non la più nota, quella dell’inizio (‘Essere o non essere..’), ma quella pronunciata poco dopo (‘Morire, dormire, sognare forse’), i New Trolls e i loro compagni in quella strana avventura di 50 anni fa (il maestro Luis Bacalov e il paroliere Sergio Bardotti) sottolineano l’incertezza stessa del sogno: meno del sonno, molto meno della morte, non è affatto garantito. La natura ambigua del sogno e la sua stessa natura sono in discussione fin dall’inizio della sua storia e una cosa è certa: la sostanza inafferrabile del sogno ha spinto gli uomini a riflettere sulla materia, se è consentito usare questa espressione, di cui è o sarebbe fatto. Eppure, in barba a Shakespeare, c’è il marketing che si affretta a garantire il sogno come in quella pubblicità il cui claim è: ‘Sardegna: sicuri di sognare’. Insomma, c’è un posto dove il sogno è garantito. Ma se è garantito, diventa realtà? E in quel caso resta sempre sogno?

Perché è proprio questo il cuore dell’ambiguità del sogno: da un lato è qualcosa di straordinario e quindi quasi irraggiungibile, e proprio per questo viene evocato, quasi a funzionare un po’ come l’idea regolativa di Kant, dall’altro quando si realizza il sogno, per definizione, è finito e non può continuare. A meno di non sostituirlo con un altro, ulteriore, più ardito e più azzardato. L’etimologia ci aiuta poco perché sogno deriva proprio da somnium, in latino, Sypnos, cioè sonno in greco e la radice per tutti e due è quella sanscrita di svap. In sostanza siamo alle prese con le immagini che emergono durante il sonno, gli eidola.

 

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Nell’antichità, fatta esperienza del sogno, gli uomini gli attribuivano un legame con il divino: il sogno era legato alla profezia, ad una comunicazione del divino all’umano attraverso l’attività onirica che aveva bisogno di interpreti adeguati, esperti nell’arte divinatoria. Così, ad esempio, viene concordemente interpretato come la prima testimonianza scritta di un sogno dell’uomo, quello contenuto nell’Epopea di Gilgamesh, 2000 anni avanti Cristo, in cui il protagonista sogna di incontrare Enkidu con cui prima si scontra e poi, riconoscendone la forza, lo accetta come fratello: sarà la madre di Gilgamesh a incaricarsi di spiegare al figlio il significato del sogno, rassicurandolo. Prima di arrivare a Freud, il passaggio chiave è del solito Aristotele che mette le cose su un piano diverso, il piano della razionalità: il sogno, spiega in due scritti dei ‘Parva Naturalia’, è un’ attività psichica dell’uomo, dunque è già ricompreso in un ambito psicologico. Il resto, più o meno, è noto: per Freud il sogno un frutto delle nostre rimozioni, un’attività psichica inconscia che tende alla

soddisfazione di esigenze istintuali; per Jung è compensazione, un momento in cui l’inconscio si manifesta con simboli e archetipi in una sorta di teatro dove ci sono elementi della psiche individuale ma anche di quella collettiva. Per James Hillman, allievo di Jung che abbiamo già citato in questi viaggi tra le parole, il sogno è legato al mito e le immagini che emergono ci riportano alle oscure profondità del mondo infero. Fino ad arrivare ad uno psichiatra e filosofo svizzero, Ludwig Binswanger, che ci mette definitivamente in crisi recuperando nel modo più profondo quell’ambiguità di cui parlavamo all’inizio: il sogno e l’esistenza non si possono separare. La materia di cui sono fatti i sogni non è poi così sognante. O forse la realtà non e poi così (solo) reale. Sembra di sentire Lucio Battisti quando canta un brano di Pasquale Panella.

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