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La parola della settimana è DIVERSO (di Massimo Sebastiani)

Significa migliore, peggiore o nessuno dei due? In tempi di Covid il nostro sarà un 'Natale diverso': ma alle 22 o a mezzanotte l'identità dell'Avvento è la stessa ASCOLTA ANCHE IL PODCAST

Redazione ANSA

Diverso significa migliore, peggiore o nessuno dei due? Nella canzone cantata da Mia Martini, e scritta per lei da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, certamente significa migliore degli altri, di tutti gli altri. Ma quando parliamo, come ha fatto anche il presidente del Consiglio, di un ‘Natale diverso’, in molti pensano a qualcosa di peggio, di meno, di più triste di un Natale normale.

La parola dunque è entrata prepotentemente anche nella discussione sul Covid e c’è stato chi, senza dichiararsi apertamente negazionista, ha detto, con riferimento all’obbligo di indossare la mascherina, che ‘negare un volto è negare la diversità’: il filosofo in questione, Giorgio Agamben, ha messo il dito nella piaga di una riflessione millenaria e di uno stringente paradosso. Perché l’identità, cui spesso ci richiamiamo in varie forme, da quelle più innocue come l’identità del brand a quelle più bellicose come l’identità di una nazione o di un popolo, non esisterebbe senza la diversità nella quale si specchia o dalla quale trae luce. A=A, ovvero "questo è questo e non è un’altra cosa", come dice nel film Il cacciatore De Niro a Stan, l’attore John Cazale. Un modo per affermare l’identità granitica di qualcosa, in questo caso il ‘no’ opposto da De Niro all’amico che voleva i suoi stivali di ricambio per andare a caccia perché come al solito se li era dimenticati. Ma nelle cose umane, e forse anche nella natura, il granitico non esiste e dietro la forza e semplicità dell’identità fa capolino l’altro, la fragilità multipolare e l’ombra della diversità. Come facciamo a dire che una cosa è quella cosa se non diciamo al tempo stesso che è diversa da tutte le altre? E lo stesso vale per tutte le altre.

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Dimenticare e cancellare la diversità rischia quindi di annullare l’identità. E’ anche con questo spirito che nel ‘900 è emerso prepotente un pensiero della diversità e della differenza: nella filosofia francese, a cominciare da Jacques Derrida (e poi nel pensiero femminista di Luce Irigaray, psicanalista e filosofa belga) secondo cui la differenza è l’irriducibile possibilità dell’identità e della presenza. E’ divertente (e poi diremo qualcosa anche sulla parola divertente) notare che per accentuare questo aspetto Derrida scrive appositamente male la parola in francese: differance e non difference per mettere in rilievo il carattere dinamico della differenza, come passaggio, slittamento, differimento, scarto.

L’identità non è qualcosa di dato, si determina in relazione ad altro, nel differire da sé: è questo l’aspetto dinamico. D’altra parte fu per primo Ferdinand De Saussure, il papà della linguistica moderna, a scrivere nel suo Corso di linguistica generale che ‘nella lingua non vi sono che differenze’, le parole vivono di questo rapporto differenziale, senza il quale sarebbero per così dire mute. Gli sono andati dietro in parecchi, da Derrida appunto a Lacan e Deleuze. E la pubblicità, come sempre recettiva, lo ha trasformato in un claim: ‘La mia banca è differente’ sottolinea, di nuovo, un valore, che non si coglierebbe se non si facesse riferimento, cioè non si paragonasse, ad altri tipi (o presunti tali) di banche. Per questo, in una sorta di risveglio delle coscienze negli ultimi 40-50 anni si è posto l’accento sulla diversità e la differenza come valore: la diversità di genere ma anche lo straniero e poi il diversamente abile, senza la cui inclusione come ha ricordato il capo dello Stato Sergio Mattarella, un paese non può dirsi civile.

Con buona pace dei filosofi, tutto questo, volendo, lo si trova già nell’origine della parola. Che deriva da diversum, participio passato del verbo latino divertere che significa ‘volgere in altra direzione, in altra parte’ composto da dis- che indica allontanamento e vertere che significa cambiare, mutare, trasformare. E infatti, partendo dalla stessa origine, diciamo che una cosa è divertente perché ci porta via, ci allontana, ci fa cambiare percorso, ci fa esplorare strade alternative. Non la si capirebbe però senza il riferimento all’identità e alla natura di ciò da cui ci stiamo allontanando, di ciò che rappresenta l’ombra nascosta (ma necessaria) dietro a quell’alternativa. E anche divorzio, quell’allontanamento più o meno consensuale di cui abbiamo celebrato da poco in Italia i 50 anni della legge che lo regola, deriva da qui. Nulla più del divorzio sancisce una differenza dinamica e al tempo stesso presuppone l’altro.

Quindi Natale diverso da cosa? Da quale? Imitando Derrida potremmo dire che è un Natale che definisce la sua (nuova) identità differendo da sé e restando, per questo, Natale. Proprio come l’evento della nascita di Gesù, la cui identità simbolica, potremmo dire, non è differita dal differimento dell’orario: alle 22 o a mezzanotte l’identità dell’avvento è la stessa.

Insomma, si potrebbe sintetizzare che ognuno è un modo di essere diverso. Come ha fatto mirabilmente, una volta e per sempre, il grande Frank Sinatra interpretando una canzone scritta da Paul Anka che aveva trasformato completamente, tracciando dunque un percorso diverso, un testo francese: era ‘My Way’, cioè a modo mio.

 

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