Gli ebrei deportati da 'manicomi' di Venezia

Mostra a S.Servolo con cartelle cliniche 'per non dimenticare'

Roberto Nardi VENEZIA

Una paziente sarebbe riuscita a evitare quel giorno la deportazione nazista fingendosi pazza furiosa, su suggerimento di un medico, ma un'altra decina di malati ebrei degli ospedali psichiatrici di san Servolo e san Clemente, le due isole in mezzo alla laguna di Venezia, hanno avuto una sorte diversa tra il 6 e 11 ottobre del 1944, finendo alla Risiera a Trieste e poi ad Auschwitz.

    La loro 'storia' è raccontata in una piccola, ma non certo poco importante, mostra allestita nelle sale di San Servolo, da decenni non più ospedale psichiatrico, un tempo chiamato da tutti 'manicomio', ma dove è ancora forte il respiro del suo passato. In cinque teche ci sono una quindicina di cartelle cliniche, ci sono i segni delle visite preparatorie alla deportazione fatte da ufficiali fascisti; le richieste delle autorità si essere subito informate in caso di dimissioni; ci sono le descrizioni e i giudizi espressi dai medici, le traversie personali delle persone ricoverate.

    Un percorso documentario composto di piccoli 'frammenti' per dare testimonianza a una pagina della grande tragedia della Shoah, a cura della Soprintendenza archivistica per il Veneto e il Trentino Alto Adige e san Servolo servizi. "La psichiatria - ricorda Luigi Armiato, che con Fiora Gaspari ha curato la mostra - è stata in un qualche modo il banco di prova di quella che sarà la Shoah. i nazisti fin dalla loro salita al potere hanno avuto tra i loro primi obiettivi il cercare di eliminare i malati mentali. Poi hanno dato vita alla volontà di distruzione di un popolo". A dare il segno di quello che definisce "il clima storico del periodo", il curatore ricorda la trascrizione di una frase in un carteggio riferita a un malato ebreo: "Molto probabilmente la condotta che tiene nel manicomio è quella abituale della sua razza. È odioso e fa il piccolo commercio per procurarsi i mezzi per poter soddisfare i suoi piccoli bisogni personali, specialmente il fumo. Del resto è calmo, tranquillo, ordinato [...]". "La nostra - dice il curatore - è una mostra per non dimenticare sperando che non possa avvenire mai più, anche se i fatti recenti ci dicono che l'uomo non impara molto dalla storia".

    A ricordo dei sei pazienti ebrei deportati l'11 ottobre 1944 da San Servolo è stata posta anche una 'pietra collettiva' ad opera dell'artista tedesco Gunter Demnig.

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