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Il Papa nel campo di Lesbo: "Chiusure e nazionalismi portano al disastro"

Oggi chiude il suo viaggio a Cipro e in Grecia e fa rientro in Italia

Dopo la visita di ieri all'isola di Lesbo, dove ha visto il campo profughi 5 anni dopo la prima visita del 2016 e ha invitato i Paesi del mondo a non trasformare il "Mediterraneo in un cimitero senza lapidi", Francesco chiude oggi il suo viaggio a Cipro e in Grecia, 35/o all'estero del suo Pontificato e fa rientro in Italia. Ad Atene il Pontefice vede il presidente del Parlamento greco Konstantinos Tasoulas e i giovani della Scuola San Dionigi delle Suore Orsoline a Maroussi. Poi cerimonia di congedo all'aeroporto di Atene e partenza per Roma-Ciampino. 

"Chiusure e nazionalismi - la storia lo insegna - portano a conseguenze disastrose". Così il Papa ieri a Lesbo. "È un'illusione - ha detto - pensare che basti salvaguardare se stessi, difendendosi dai più deboli che bussano alla porta. Il futuro ci metterà ancora più a contatto gli uni con gli altri. Per volgerlo al bene non servono azioni unilaterali, ma politiche di ampio respiro". La storia "lo insegna ma non lo abbiamo ancora imparato. Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso".

"È triste sentir proporre, come soluzioni, l'impiego di fondi comuni per costruire muri, dei fili spinati. Siamo nell'epoca dei muri, dei fili spinati", ha aggiunto. Certo, "si comprendono timori e insicurezze, difficoltà e pericoli. Si avvertono stanchezza e frustrazione, acuite dalle crisi economica e pandemica, ma non è alzando barriere che si risolvono i problemi e si migliora la convivenza". "È invece unendo le forze per prendersi cura degli altri secondo le reali possibilità di ciascuno e nel rispetto della legalità - ha aggiunto -, sempre mettendo al primo posto il valore insopprimibile della vita di ogni uomo".

"Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei piccoli corpi di bambini stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi". "Questo grande bacino d'acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte - ha rilevato -. Non lasciamo che il 'mare nostrum' si tramuti in un desolante 'mare mortuum', che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo 'mare dei ricordi' si trasformi nel 'mare della dimenticanza'. Vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!".

 Entrato nel Reception and Identification Centre di Mytilene, a Lesbo, Papa Francesco si è diretto a piedi verso il luogo della cerimonia intrattenendosi ungo il tragitto con i profughi in sua attesa, accarezzando in particolare i tanti bambini, spesso molto piccoli, stringendo mani, dispensando sorrisi, saluti e parole di conforto e incoraggiamento. Il Papa si ferma anche ad ascoltare le storie e le invocazioni di alcuni dei rifugiati, delle provenienze più diverse, dall'Asia, al Medio Oriente, all'Africa. Al termine della cerimonia ufficiale, presenti anche la presidente della Repubblica Ekaterini Sakellaropoulou e l'ordinario della diocesi, arcivescovo Josif Printezis, Francesco si fermerà ancora con alcuni rifugiati e visiterà le loro abitazioni. Circa 200, anche qui con diversi bambini, quelli che lo attendono nel luogo dell'incontro, tutti dotati di cuffiette per la traduzione simultanea delle sue parole.

I rifugiati sono stati nel frattempo in parte ricollocati o trasferiti in altre isole dell'Egeo, e nel campo di Mytilene, soprannominato dai greci 'Moria 2.0', ve ne sono oggi alcune migliaia, con numeri che oscillano tra i 2.000-2.500 e gli oltre 4.000-4.200. Secondo la Caritas, attualmente neile baracche, tendoni e container risiedono 2.200 persone: in effetti il campo avrebbe una capacità di 8.000 persone ma in questo periodo vengono accettati meno rifugiati per ragioni legate al Covid. Le provenienze vanno dalle zone di conflitto dell'Asia e del Medio Oriente fino a quelle dell'Africa. Le condizioni di vita nel campo sono migliorate rispetto a quello di 'Moria', considerato una sorta di inferno, ma sempre molto dure, e le attese dei permessi di asilo in Europa lunghissime. Molte le famiglie con bambini anche in tenerissima età.

 

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