Ecco cosa decide se una regione è rossa, arancione o gialla

Ma è rebus dati, dalle Regioni incompleti o in ritardo

Dati incompleti o in ritardo, affanno sul tracciamento e divergenze sui metodi di valutazione. I provvedimenti contenuti nell'ultimo Dpcm nei confronti di alcune regioni hanno portato alla luce falle e incomprensioni sull'interpretazione dei parametri stabiliti per assegnare ai territori il colore - rosso, arancione o giallo - e dunque le differenti limitazioni disposte dal Governo.

    Tra tabelle, percentuali e indicatori, lo schema sui 21 criteri adottati dall'Esecutivo per stabilire le restrizioni delle Regioni è contenuto nel documento del Ministero della Salute che risale allo scorso 30 aprile. Già in quella data le Regioni avevano a disposizione una tabella di rischi e criticità che le avrebbero esposte a nuove pesanti restrizioni territoriali. Ma sono diversi governatori e anche i Comuni che parlano di indicatori "difficili da decifrare" e c'è chi denuncia "discriminazione" tra regioni, rivendicando sacrifici e chiusure già anticipate qualche giorno fa per la prevenzione.

    Già a maggio i governatori e sindaci avevano chiesto una semplificazione dei parametri. Sotto accusa ci sono dunque le regole di valutazione, primo anello di una catena che termina con le decisioni della politica. Ma anche i dati che non tutte le regioni riescono a fornire in maniera completa e tempestiva. "La Val D'Aosta - sottolinea il direttore Prevenzione del dicastero della Salute, Gianni Rezza - ha difficoltà a raccogliere i dati". Per la Campania (e non solo) Rezza rileva: "potrebbe esserci un certo ritardo di notifica dei casi, come diverse altre regioni. Dobbiamo verificare anche questo".

    Anche Claudio Dario, uno dei tre componenti delle Regioni nella Cabina di monitoraggio, parla di "difficoltà nel riuscire a contattare le persone" perché "i servizi di tracciamento sono in affanno. Le principali criticità sono incompletezza e ritardo. Se prima i dati forniti alla cabina di regia erano al 100%, ora purtroppo sono in percentuale minore".

    La lente di ingrandimento degli esperti si poggia sui dati forniti da una cabina di regia di monitoraggio, costituita - oltre a Rezza - dal direttore generale della programmazione, Andrea Urbani, e i tre rappresentanti dei territori come Lombardia, Umbria e Campania. I dati dai territori vengono elaborati dal ministero e dall'Iss. Poi le singole regioni hanno 24 ore di tempo per reinviarli con modifiche ed osservazioni.
    E per il Governo il decalogo resta al momento quello dell'ultima primavera, con alcuni aggiornamenti di ottobre.

    Secondo il documento dell'aprile scorso, sono tre gli indicatori principali che fanno la differenza: capacità di monitoraggio; capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti; stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari. "I dati che vanno letti nella loro interezza - spiega Rezza - e fanno riferimento a incidenza, Rt e resilienza".

    Il primo indicatore (sei criteri) riguarda quindi la raccolta dei dati: dal numero di casi sintomatici notificati per mese fino al numero di Rsa in una checklist con almeno una criticità riscontrata (maggiore del 30% del totale scatta l'allerta). Ma Calabria e Val D'Aosta non sono in grado al momento di garantire una raccolta esaustiva dei dati.

    Il secondo indicatore (sei criteri) riguarda la capacità di tracciamento di una regione: dalla percentuale di tamponi positivi al numero di figure professionali - tra cui anche i 'tracciatori'. Ma poche migliaia di igienisti delle Asl (fino a 20 giorni fa erano solo novemila) hanno il compito di trovare, testare e isolare un numero ormai troppo alto di persone contagiose. Il Governo aveva previsto almeno un 'tracciatore' ogni 10mila abitanti ma in Abruzzo, Calabria e Friuli si scende sotto quella soglia, già di per sé insufficiente. Ne sono in arrivo altri 2mila.
    Il terzo indicatore (nove criteri) riguarda la tenuta degli ospedali e considera anche il numero di accessi Covid ai Pronto Soccorso (non dovrebbe superare l'aumento del 50%), fino a terapie intensive (allerta se i posti occupati sono più del 30%) e ricoveri nei reparti ordinari (allerta con +40%). Nell'ottobre scorso si è aggiunto il documento dell'Iss sui quattro scenari possibili con differenti livelli di rischio. Quest'ultimo, però, sembra non sovrapporsi perfettamente ai 21 indicatori che determinano le zone rosse, arancioni o gialle. Solo una settimana fa la provincia di Bolzano e l'Emilia Romagna erano già nello scenario 4, quello più 'grave'. Ma queste ultime due, paradossalmente, rientrano anche nella classificazione delle Regioni a rischio moderato. Per chi affronta il virus con i numeri, si aggiungono altri grattacapi. (ANSA).
   

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