Recovery Fund: Debito in comune, una svolta targata Merkel

Regista in Europa con una difficile ricucitura tra Nord e Sud

Da paladina del no alla condivisione dei rischi, a madrina della prima forma di mutualizzazione del debito in Europa. La parabola della cancelliera Angela Merkel, arrivata quest'anno al suo ultimo mandato, si chiude con un colpo di scena destinato a cambiare per sempre il futuro dell'Unione europea. Dopo lo storico accordo sul Recovery fund i 27 si troveranno ad avere un debito in comune, che dovranno gestire per i prossimi 40 anni, e dei programmi di sviluppo su cui tutti i governi vigileranno. E' il primo passo verso un bilancio e una politica economica comuni, una prospettiva a cui la granitica opposizione della Merkel non dava alcuna chance. Fino allo scoppio della pandemia.

Sembra passato un secolo e invece era solo qualche mese fa che la Merkel respingeva al mittente qualunque discorso che contenesse la parola Coronabond o eurobond. Nel primo vertice della pandemia, il 26 marzo, era ancora alleata dei frugali nel contrastare l'idea di mettere in comune i rischi sovrani per salvare l'economia europea dalla crisi che si stava avvicinando. Ma qualcosa stava per cambiare. I continui richiami di tutti alla solidarietà necessaria, la gaffe con l'Italia ("Accogliamo i pazienti, siamo già solidali", aveva detto la sua portavoce), cominciavano a far sentire la cancelliera dal lato sbagliato della storia. E quando vide che in calce alla lettera con cui l'Italia e altri nove chiedevano i Coronabond c'era anche la firma di Macron, decise di scendere in campo e mediare tra Nord e Sud per il bene dell'Unione.

La proposta di Recovery fund, una forma ibrida di messa in comune di risorse per creare un unico debito, venne dalla Francia ma convinse la Germania fin da subito. "Non sono eurobond", ripetevano i tedeschi, anche per portare dalla loro parte austriaci e olandesi che non erano pronti a cedere all'idea di un debito comune. Servì quindi un altro passaggio intermedio: il Mes pandemico. La Merkel appoggiò la richiesta dei nordici di dare solidarietà ai Paesi più colpiti prima di tutto attraverso il Mes, e poi, una volta approvato, tornò alla carica sul Recovery fund. Ormai, a giugno, i segnali della crisi economica si erano fatti evidenti, con le stime che descrivevano per l'Europa la recessione più profonda dal Dopoguerra. Con un'incertezza ancora altissima a pesare sulla ripresa.

La sua uscita di scena dalla Ue, nella sua ultima presidenza di turno partita a luglio, rischiava di essere ricordata come il semestre più buio della storia dell'Unione. Bisognava cambiare traiettoria, per non lasciare il progetto europeo in balia dei veti incrociati dei diversi schieramenti che oggi faticano a capirsi. La cancelliera si è quindi gettata nel negoziato con tutto il suo carisma, accomodando le richieste dei Mediterranei e quelle dei frugali, trattando con l'ungherese Orban ma senza cedere sulla difesa dello stato di diritto. Quattro giorni e quattro notti, nel vertice più lungo della storia europea che l'ha consacrata per sempre madrina del debito comune.
   

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