L'Europa senza memoria che gioca col suo destino

Un' Europa stanca, senza memoria e senza idee, gioca pericolosamente con il suo futuro di fronte a un bivio sempre più vicino. E la strada che verrà intrapresa deciderà il destino dell'Ue per molti anni.
    Da un lato la scelta di tornare ai valori e ai principi che sono alla base della sua costruzione, alla solidarietà e al coraggio dei Padri fondatori. Vorrà dire rinunciare a qualcosa, perdere sicuramente qualche potere nazionale. In cambio ci sarebbe la scelta coraggiosa di un'idea comune di futuro con politiche condivise, una nuova fiducia tra gli Stati membri in nome di regole chiare e certe e da rispettare fino in fondo.

    Dall'altro lato c'è la strada degli interessi - e forse degli egoismi - nazionali, dei sospetti reciproci e della anacronistica costruzione dei muri ai confini dell'Europa e anche all'interno di essa alla faccia di Schengen e della libera circolazione delle persone.

    L'assurdo e confuso balletto sulla ripartizione dei migranti riproduce esattamente l'estenuante dibattito sulla Grecia con una ripetuta incapacità di visione da parte delle istituzioni europee e degli Stati membri.
    Se l'Europa recuperasse la memoria di se stessa potrebbe ricordare i cognomi italiani, tedeschi, irlandesi, polacchi e spagnoli che portano la gran parte dei cittadini americani e di altri Paesi, potrebbe ricordare che l'Europa è stata terra di emigrazione e di povertà e che i cittadini europei hanno trovato, non senza difficoltà ma con merito, una nuova vita in molti luoghi lontani. Più banalmente - lasciando da parte principi evidentemente non di moda in questo frangente storico - gli europei potrebbero capire, guardando soltanto ai veloci cambiamenti geopolitici del mondo del nuovo millennio, che soltanto un'Europa unita può avere la possibilità di affrontare le grandi sfide dell'era della globalizzazione.

    D'altra parte, ha qualche senso discutere per mesi del "ricollocamento" di 40mila migranti quando nella sola Libia, secondo dati dell'Onu, ci sono mezzo milione di persone pronte a giocarsi la vita nella traversata del pezzo di Mediterraneo che li può portare in Europa? Ha senso chiudere la frontiera di Ventimiglia per un centinaio di migranti asserragliati sugli scogli o varrebbe la pena di studiare seriamente una strategia europea comune per l'immigrazione, per il Mediterraneo e il Medio Oriente, per la lotta al terrorismo dell'Isis e per dialogare con quei Paesi dai quali i migranti fuggono? L'Europa di oggi conta troppo poco nel mondo. Non ha una politica estera e di sicurezza comune, non e' capace di incidere nelle molte crisi e guerre che esplodono alle sue frontiere con conseguenze drammatiche e dirette anche all'interno dei confini europei.
    Come sempre la scelta è politica. La storia dell'Europa ha avuto due momenti che le hanno consentito un passaggio di qualità grazie a scelte politiche coraggiose.

    Il primo e' stato nel dopoguerra quando uomini visionari come De Gasperi, Spinelli, Schumann, Monnet e Adenuaer lanciarono il cuore oltre le macerie della seconda guerra mondiale e diedero il via all'avventura del sogno europeo. Il secondo a cavallo tra gli anni ottanta e novanta quando Mitterrand, Kohl e Delors disegnarono la strada della costruzione economica e politica dell'Ue.
    Quel disegno è ancora incompleto. Ma da lì si dovrebbe ripartire.
   
La Grecia ha sbagliato molto e dovrà certo pagare per i suoi errori e dovrà, in futuro, rispettare con grande attenzione le regole europee. Così come servono regole chiare e nette per l'accoglimento degli extracomunitari e la loro integrazione e per la concessione dell'asilo.

    Ma questo non vuol dire che l'Europa debba per forza essere senza anima e senza visione. Senza l'orgoglio di essere una unica entità agli occhi del mondo e di voler incidere sui destini globali. Altrimenti la fotografia dell'Europa di oggi è destinata davvero ad essere sempre più quella dei migranti sugli scogli di Ventimiglia. 

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